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venerdì 21 maggio 2010

Il conflitto nella coppia. Per tutti coloro che non vanno d'accordo...di Silvia Foschetti


.... non litigare mai?!
Conoscere come funziona il “sistema coppia” può essere di grande utilità ad entrambi i partner. In questo articolo cercherò di fornire:
  • strumenti per leggere i meccanismi da cui dipendono le trappole della comunicazione e l’esplosione dei conflitti all’interno della coppia;
  • indicazioni pratiche utilizzabili per litigare in maniera costruttiva e senza danni per se stessi e per il rapporto.
Non litigare mai non è affatto indice di un buon rapporto di coppia. Esistono coppie stabilmente insoddisfatte ma incapaci di lasciarsi: è come se i partner sentissero di non poter stare né con il coniuge né senza. Il conflitto è un momento inevitabile e costruttivo all’interno di un rapporto di coppia, particolarmente presente in una fase del rapporto, quella della contro-dipendenza o differenziazione, durante la quale il litigio serve a stabilire le regole e le metaregole.
Quello che è importante è evitare che esso diventi distruttivo e, per questo è necessario imparare ad esprimere anche la rabbia in modo assertivo. Spesso il lavoro con le coppie è incentrato su questo.
L’alternativa al divieto di manifestare il conflitto spesso è il conflitto mascherato, quello che si esprime in modo sotterraneo, attraverso per esempio il sarcasmo, i comportamenti passivo-aggressivi, o attraverso veri e propri sintomi o patologie, come la frigidità, l’impotenza, la depressione, l’alcoolismo, ecc.
La coppia è un sistema, cioè è più della somma delle parti, ciò comporta che:
  • ci si influenzi a vicenda più di quanto si pensi;
  • dobbiamo imparare a sostituire il concetto di causa-effetto con quello di circolarità;
  • nella coppia si comunica di più attraverso la Comunicazione Non Verbale che attraverso la Comunicazione Verbale (dunque si può comunicare anche senza esserne consapevoli).
Come ogni sistema anche la coppia ha delle regole che la governano: esse rappresentano le definizioni implicite ed esplicite che i membri della coppia danno della loro relazione reciproca. E qui ci si avvicina ad un’altra possibile trappola della comunicazione, poiché talvolta le regole non vengono espresse o comunque comprese. Dunque le regole esplicite sono quelle di cui si è parlato apertamente, quelle implicite sono quelle che non sono state dichiarate esplicitamente ma sulle quali entrambi i partner sarebbero d’accordo se venisse loro chiesto. La violazione delle norme comporta delle sanzioni. Spesso però le punizioni non sembrano avere alcun diretto rapporto con le violazioni essendo spesso indirette e sotterranee. Molto spesso infatti il trasgressore non è messo nella condizione di capire il suo sbaglio e di come porvi rimedio in futuro. Anche in questo caso spesso i partner sono vittime della trappola cognitiva che l’altro sappia già cosa ci piaccia e cosa ci fa soffrire (come se fosse la mamma) mentre non è affatto così!
Oltre alle regole esistono poi le metaregole, cioè le regole circa il porre le regole. È importante conoscere l’esistenza di queste regole perché quella sul diritto a porre le regole è una lotta di potere che spiega molti futili litigi che altrimenti sarebbero incomprensibili.
In un rapporto di coppia sono molte le comunicazioni tese a definire il rapporto, proprio per la sua natura fluida che determina la necessità di continue ridefinizioni. Non sempre però questo genere di comunicazioni è consapevole e viene fatto in maniera esplicita. Allora le cose si complicano…
In questi casi possono venire utilizzati vari tipi di strategie.
Ci sono le strategie per disorientare. Frasi come: “Io sto mentendo”, “io scherzo sempre” (per poi lamentarsi quando non viene preso sul serio quando gli/le fa comodo ecc), “io mi sbaglio sempre” sono molto manipolatorie perché sono paradossali.
Esistono poi le prescrizioni paradossali, che consistono in richieste e comandi che hanno la caratteristica di non poter essere eseguiti: “sii spontaneo”,“devi amarmi” (nessuno può essere spontaneo o amare se qualcuno glielo chiede); “sei troppo debole con me, devi essere più forte” (non è possibile dominare se è l’altro che lo impone).
Il carattere paradossale è dovuto al fatto che non solo si cerca di imporre all’altro di dover pensare o agire in una determinato modo ma di farlo per volontà propria e non altrui. Questa operazione spesso è accompagnata da una serie di manovre dirette a definire come inautentiche le emozioni dell’altro: “tu credi di amarmi, ma non è vero” “ non è vero che questa cosa ti interessa, o ti spaventa, preoccupa, ecc”.
Il partner stratega mette in essere una situazione complementare, cioè tiene il coniuge in una situazione di subordinazione, richiedendo all’altro di comportarsi “come se” fosse in una situazione simmetrica, cioè di parità. Se la moglie chiede al marito “anche tu devi rifarti il letto” pretende la parità (richiesta di simmetria), ma per il solo fatto che la pretende cerca di mettere il marito in una posizione di subordinazione (rapporto complementare). Su questi banali argomenti le liti infuriano perché in realtà attengono alle metaregole piuttosto che alle regole.
Lo scopo generale delle strategie per disorientare è quello di controllare l’altro mettendolo in una posizione di inautenticità per cui qualunque cosa faccia sbaglia ed è criticabile per questo.
Le strategie per imbarazzare usano il sarcasmo ai danni del partner davanti agli altri. La manipolazione sta nel fatto che se l’altro reagisce viene fatto passare per uno che non ha il senso dell’umorismo e, nel caso in cui quanto detto venga preso troppo sul serio, lo stratega può sempre dire che stava scherzando. Le manovre più volgari consistono nell’insultare l’altro davanti a terze persone, quelle più raffinate consistono nel dire in pubblico qualcosa di spiacevole riguardo al partner.
Esistono infine le strategie per irritare (per esempio ignorando il partner) e quelle per colpevolizzare (frasi come “fai pure e non preoccuparti per me anche se ci starò male”).
Poi c’è la dittatura pseudo-benevola che consiste nel comportarsi in modo molto premuroso nei confronti dei desideri dell’altro, che il partner sostiene di aver intuito, ma che in realtà corrispondono al suo desiderio.
A mio parere, per avere delle relazioni di coppia soddisfacenti e costruttive sono necessari:
· la differenziazione del Sé dalla propria famiglia di origine;
· la separazione dalle precedenti relazioni;
· la capacità di riconoscere le proprie emozioni, i propri bisogni e desideri;
· la capacità di esprimersi in maniera assertiva invece che passiva o aggressiva;
· avere una buona stima di sé;
· saper fare richieste chiare all’altro;
· avere rispetto dell’altro ed essere disponibili a negoziare
Pur non pensando, perciò, che le seguenti regole siano sufficienti a risolvere le problematiche di coppia, credo che esse siano un utile guida per non farsi del male durante un litigio:
  1. determinare l’oggetto della controversia, cioè definire esattamente l’argomento;
  2. limitare l’oggetto della controversia, cioè non proporre più di un’accusa alla volta;
  3. non interrompere, bensì ascoltare fino in fondo;
  4. quando si viene accusati non ritorcere un’accusa diversa (es.: perché sei tornato così tardi? E tu perché spendi tanti soldi nei vestiti?);
  5. concordare il luogo e il tempo, non iniziare a parlare mentre l’altro è occupato o sta per uscire;
  6. evitare di fare ricorso al “museo coniugale”; anche per questo è importante dire subito le cose che non ci vanno bene;
  7. tenere le distanze (quando siamo arrabbiati non vogliamo l’altro vicino);
  8. non superare la soglia di vulnerabilità dell’altro (il suo punto debole);
  9. considerare il litigio come la conseguenza di qualcosa che accade dentro un sistema e dunque pensare sempre anche al nostro contributo e non solo a quello dell’altro;
  10. parlare delle nostre emozioni e dei nostri bisogni insoddisfatti piuttosto che accusare.
Talvolta succede che le premesse che stanno alla base del progetto costitutivo della coppia siano piuttosto fragili. Spesso la coppia si forma intorno alla aspettativa di uno o di entrambi i partner di trovare nell'altro il complemento perfetto a se stessi. Altre volte nella propria formazione la coppia si porta dietro, senza esserne consapevole, i conflitti della generazione precedente. Altre volte ancora l'illusione è quella di poter raggiungere insieme l'età adulta.
In questi casi se il partner non accetta di stare dentro una tale illusoria aspettativa è probabile che scoppino delle liti, ma qui il lavoro è da fare è a livello individuale e non di coppia. In questi casi cioè sarebbe necessario che la persona affrontasse un percorso di psicoterapia personale per elaborare le proprie problematiche.
In tutte le fasi del ciclo vitale, il rapporto fra i partner è regolato da una serie di processi dialettici dei quali il principale è quello di appartenenza-individuazione. L'appartenenza spinta all'estremo può portare alla negazione dell'individualità, simmetricamente l'irragionevole ricerca di una autonomia spinta all'estremo (che potrebbe peraltro mascherare una carenza nel processo di individuazione) può portare all'isolamento.
“Sto con te perché posso stare senza di te” e non “Sto con te perché non posso stare senza di te”. La dimensione della libertà di scelta è alla base di un buon rapporto di coppia
Silvia Foschetti
Bibliografia:
Andolfi M., Angelo C., De Nichelo M., Sentimenti e sistemi, Raffaello Cortina ed, 1996;
Berrini R., Cambiaso G., Illusioni di coppia, Franco Angeli, 2007
Giusti E., Pitrone A., Essere insieme, Sovera, 2004;
Gullotta G, Commedie e drammi nel matrimonio, Feltrinelli, 1997;
Tombolini L.,Miti G., La coppia in lite, Franco Angeli, 1998;
Autore: Dott.ssa Silvia Foschetti, psicologa psicoterapeuta (Firenze, Arezzo)

mercoledì 20 gennaio 2010

Il trattamento dei Disturbi d’Ansia nell’ottica della Psicoterapia Integrata di Silvia Foschetti

L’indirizzo pluralistico integrato, al quale appartengo, ha le sue basi teoriche in più modelli, anche per quanto riguarda il trattamento dei Disturbi d’Ansia.
Quasi tutte le prospettive, partendo dal presupposto che nell’uomo l’ansia è predisposta dall’evoluzione, concordano nel sostenere che i disturbi d’ansia rappresentano l’erronea applicazione, o la distorsione di una risposta ansiosa normale.
Inoltre tutti sono d’accordo nel ritenere che l’ansia implica l’anticipazione di pericoli, paure, catastrofi.
La maggior parte delle teorie suggerisce inoltre che le esperienze dolorose o traumatiche giochino un ruolo significativo nello sviluppo di un disturbo d’ansia, sebbene si differenzino per l’enfasi che pongono su tale fattore. Alcune sottolineano la funzione della elaborazione cognitiva e/o cognitivo-affettiva delle informazioni svolta da ciascun individuo.
Per quanto riguarda i fattori di mantenimento dei disturbi d’ansia, tre importanti ipotesi vengono condivise. La prima è l’assunto che l’ansia conduca generalmente all’evitamento dell’oggetto o della situazione temuta. Sebbene l’evitamento provochi un sollievo temporaneo dall’ansia, non permette all’individuo di sapere se il pericolo temuto è immaginario o se è gestibile. L’alleggerimento momentaneo dall’ansia prodotto dall’evitamento è ottenuto al prezzo di rimanere bloccati nel disturbo ansioso. Il secondo fattore di mantenimento di un disturbo ansioso è la continuazione del problema di fondo. Il terzo fattore è lo spostamento automatico dell’attenzione sul proprio stato ansioso (il riflettere su), che produce un’ansia di secondo ordine.

Dal punto di vista teorico i modelli cui faccio particolare riferimento per quanto riguarda i Disturbi d’Ansia sono quello cognitivo-comportamentale, quello esperienziale, quello psicoanalitico, la teoria dell’Attaccamento di Bowlby e la terapia breve strategica di Nardone.
Tutte le moderne teorie cognitive assumono che l’esperienza umana venga interiorizzata e conservata in memoria in maniera organizzata. Secondo quest’ottica, le persone ansiose hanno interiorizzato determinati schemi cognitivi riguardanti la potenziale pericolosità di certe situazioni rispetto alle loro abilità di coping.
Un modello collegato è quello dell’apprendimento sociale dell’ansia di Bandura, secondo cui il meccanismo di base che produce ansia è la carenza nell’individuo delle credenze di autoefficacia.
Il modello cognitivo amplia quindi il paradigma del condizionamento suggerendo che l’iniziale associazione automatica tra le esperienze traumatiche e l’oggetto o la situazione specifica ha come risultato la formazione di schemi correlati al pericolo. Questi poi influenzano le anticipazioni di rovina catastrofica ogni volta che l’individuo si confronta con l’oggetto o la situazione temuta.
Mentre le prime versioni del modello cognitivo e cognitivo-comportamentale si focalizzavano sulle cognizioni coscienti, adesso le ipotesi più recenti si sono focalizzate sugli schemi cognitivi inconsci, avvicinandosi così all’ottica psicoanalitica, soprattutto quella più recente, che ha spostato l’attenzione dal conflitto alle rappresentazioni inconsce del Sé, e del Sé in relazione con l’altro, come principali determinanti del pensiero cosciente e del comportamento.
La psicoterapia esperienziale incentra il suo focus sul processo dell’esperienza emozionale. Tale prospettiva accetta l’idea di strutture psichiche interiorizzate ma le carica affettivamente. A tal proposito Greenberg ha parlato di schemi emozionali e presume che anche questi schemi funzionino al di sotto della consapevolezza. Un’analisi del contenuto di tali conflitti catastrofici indica che essi riflettono in senso più ampio delle crisi esistenziali: l’inevitabilità della perdita, l’esperienza di una coscienza separata che è spesso associata alla paura di essere soli, il peso della responsabilità individuale, la consapevolezza e accettazione della propria morte, il bisogno di bilanciare le nostre azioni ed espressività rispetto alle richieste socio-culturali, il bisogno di attraversare il doloroso processo di decidere di quanta libertà, autonomia, novità abbiamo bisogno nella nostra esperienza rispetto alla comodità, alla sicurezza, ala protezione. Ognuno di questi problemi è implicato nella lotta per l’autostima, e questa battaglia comporta necessariamente l’esperienza di emozioni sminuenti, quali umiliazione, colpa, vergogna, rabbia.
La prospettiva esperienziale è quella che più ha da dire sul ruolo delle emozioni nello sviluppo e nel mantenimento dei disturbi. Quest’ottica si discosta da tutte le altre nell’assunto che le emozioni sono fonti di informazione biologicamente adattive che gli individui ignorano a loro rischio e pericolo. I problemi derivano dall’apprendimento di cognizioni erronee in merito all’espressione emotiva, che, in quanto sentita come pericolosa o inutile, non viene seguita.

La teoria dell’attaccamento fornisce una chiave di lettura da molti ormai ritenuta centrale nell’eziologia dei disturbi d’ansia. Fin dall’origine della nostra specie, nelle situazioni di pericolo o difficoltà, ogni individuo tende a cercare la vicinanza della figura di attaccamento, in genere la madre. Il bambino sceglie comunque la figura di attaccamento in base a determinate caratteristiche e cioè che:

  • Lo consola quando è triste
  • Lo rassicura quando è spaventato
  • Lo nutre sul piano fisico e affettivo
  • Lo accoglie sempre
    (Bowlby,1989)

Le emozioni specifiche che accompagnano questa condotta di avvicinamento sono:
- Sicurezza, se riesce a conseguire la prossimità protettiva;
- Paura e collera, se la ricerca fallisce;
- Gioia, se la separazione è breve;
- Tristezza se la separazione è prolungata.
Il bambino conserva e classifica i fatti e le emozioni che prova sulla base della decodifica, o interpretazione, che di essi gli fornisce il genitore. Quando i genitori gli forniscono una codifica distorta dei fatti e delle emozioni, ossia non corrispondente all’effettiva emozione che il bambino prova, ne consegue per lui l’impossibilità ad accogliere tutte le esperienze che sul piano consapevole. Quando non possiamo servirci delle nostre emozioni si presenta il rischio di implicazioni psicopatologiche.
Le memorie delle risposte provenienti dalle figure di attaccamento vengono inglobate in strutture cognitive che andranno a costituire le convinzioni e le aspettative del bambino e poi dell’adulto ogni volta che si troverà in condizioni di difficoltà (Holmes, 1994).

Il concetto del Sé
Il Sé è sia il punto centrale della psicopatologia che la sede primaria del cambiamento terapeutico. Possiamo definire il Sé come la consapevolezza della propria persona.
Il rapporto della persona con il Sé è fondamentale. Grazie alla capacità riflessiva umana, tutto ciò che una persona può pensare e sentire rispetto all’altro può sentirlo e pensarlo rispetto a se stessa. Sebbene la capacità riflessiva permetta l’esperienza del sé, una forma compulsiva di esperienza autoriflessiva (pensiero ossessivo) è generalmente associata alla maggior parte dei disturbi d’ansia e ad altre forme di psicopatologia. Il pensiero ossessivo può diventare così intenso da rendere impossibile contattare e comprendere la propria esperienza emotiva.
Anche fare esperienza è uno dei processi umani basilari mediante i quali ci relazioniamo con il mondo, con gli altri e con noi stessi. Il processo esperienziale è un ciclo continuo di elaborazione dell’informazione su base emozionale che comporta la ricezione di informazioni interne ed esterne, la valutazione del loro significato e la rapida elaborazione delle alternative di risposta. Anche in questo caso, se l’esperienza presente viene vissuta senza la riflessione possono nascere dei problemi.
Entrambe le modalità di conoscenza di noi stessi sono importanti: la riflessione ci permette di verificare come ci poniamo socialmente e di pianificare il futuro in base alle concezioni che abbiamo delle nostre capacità e dei nostri limiti; l’esperienza diretta accresce la possibilità di acquisire nuove conoscenze e di cambiare vecchie idee.
Una sana conoscenza del sé si basa su un’integrazione dell’informazione acquisita da fonti diverse, e più in particolare dall’esperienza organismica soggettiva e da concettualizzazioni sempre più complesse e precise di come funziona il mondo fisico e sociale. L’autoconoscenza diventa tanto più attendibile quanto più si basa sulla capacità di ascoltare la propria esperienza e di acquisire un’informazione fedele dell’ambiente sociale e fisico.
Quando invece viene favorito l’evitamento di informazioni ed emozioni, come succede soprattutto con quelle dolorose, la persona si avvia verso una manipolazione delle proprie (e anche altrui) impressioni che non gli consentirà di avere una buona conoscenza di sé e della realtà. Ciò comporterà problemi per l’autostima e per la fiducia nella propria esperienza, nonché appunto l’insorgere di problematiche ansiose. (Wolfe, 2007)

Il Sé ferito nei disturbi d’ansia
In un individuo ansioso l’ansia è sentita come una minaccia di fondo alle credenze profonde sul Sé. Questa esperienza di compromissione del Sé si caratterizza per una varietà di stati, che comprendono un senso di perdita di controllo, di mancanza di sicurezza e di impotenza e che spingono l’individuo a ritenere di esser incapace di evitare un’esperienza traumatica, o estremamente dolorosa, o umiliante.
Quando le persone si trovano nel pieno di questa esperienza spostano automaticamente l’attenzione dall’esperienza diretta d’ansia al pensare di essere in ansia e ciò inevitabilmente aumenta il livello d’ansia. Quando, come succede in terapia, le persone riescono a rimanere in contatto con la loro esperienza ansiosa immediata, comprendono che il vissuto di compromissione del Sé rappresenta un confronto temuto con una percezione di sé terribilmente dolorosa. Ed è solo attraverso questa esplorazione del significato implicito dell’ansia che può avvenire la duratura guarigione.


Wolfe (2007) indica cinque tipologie di ferite del Sé, corrispondenti a cinque tipi di percezioni di sé dolorose fortemente ansiogene:

- il Sé biologicamente vulnerabile (paura di estrema vulnerabilità alle malattie o agli impedimenti fisici);
- il Sé inadeguato o incapace (paura di situazioni che ricordano passati fallimenti di una performance);
- il Sé vergognoso, imperfetto, umiliato;
- il Sé insoddisfatto o isolato;
- il Sé conflittuale o confuso (spesso una difficoltà nel riconoscimento dei propri bisogni o un conflitto fra i bisogni di base dell’individuo e i suoi valori);

Esistono molte fonti di ferite del Sé, la maggior parte delle quali sono fra loro interconnesse:

  • esperienze traumatiche
  • idee di vergogna o umiliazione
  • tradimenti da parte di altri significativi
  • diseducazione emozionale
  • risposte inefficaci ai dati esistenziali della vita
    (Wolfe, 2007)


I disturbi d’ansia sono mantenuti da numerosi fattori, che hanno a che fare per lo più con il proteggersi dalla percezione atrocemente dolorosa del sé. Invece di confrontarsi apertamente con le ferite del Sé, le persone ansiose generalmente mettono in atto queste tre strategie per mantenerle nascoste:

  • riflessione sullo stato di ansia e sulle potenziali catastrofi
  • evitamento delle situazione ansiogene
  • circoli negativi di comportamento interpersonale (chi si vede negativamente si comporta in modo che gli altri rinforzino questa idea)

Queste strategie determinano una riduzione temporanea dell’ansia ma al prezzo elevato di rinforzare le credenze disadattive della propria incapacità a gestire le situazioni temute.

I tre elementi fondamentali dei disturbi d’ansia sono dunque:
- l’esperienza immediata di ansia
- lo spostamento automatico dell’attenzione sul proprio stato ansioso (il riflettere su), che produce un’ansia di secondo ordine
- una percezione di sé tacita, ma dolorosa
(Wolfe, 2007)


La Psicoterapia Integrata dei disturbi d’ansia
Il mio approccio al trattamento integrato dei disturbi d’ansia si focalizza inizialmente sui sintomi ansiosi e sullo spostamento dell’attenzione sulla riflessione, cioè sull’ansia di secondo ordine. Solo dopo che è stato fatto qualche progresso a questo livello il trattamento (attraverso le tecniche cognitivo-comportamentali o strategiche) si procede all’esplorazione, identificazione e cura del livello sottostante: il significato implicito dell’ansia.
I passi della terapia, dunque, sono:

  1. Il primo passo è la riduzione dei sintomi. Inizialmente la terapia si dirige verso questo obiettivo, che permette al paziente di acquisire un senso di controllo sui propri sintomi
  2. il secondo passo è iniziare a comprendere le difese nei confronti delle esperienze dolorose riguardo al Sé
  3. il terzo passo è entrare in contatto con le emozioni dolorose e con le ferite del Sé associate
  4. il quarto passo implica imparare a tollerare ed elaborare emozionalmente le realtà dolorose della vita


Lavorare in maniera integrata non significa soltanto dare una lettura integrata dell’origine dei disturbi d’ansia o utilizzare tecniche provenienti da indirizzi diversi, significa anche “tagliare” il trattamento sulla base delle aree di funzionamento più agevoli per il paziente.

Bibliografia:
Aquilar F., Del Castello E., Psicoterapia delle fobie e del panico, Franco Angeli, 2000, Milano.
Bandura A. Il senso di autoefficacia, Erickson, 1996, Trento
Bowlby J. Una base sicura, Raffaello Cortina Editore, 1989, Milano.
Greenberg L., Paivio S., Lavorare con le emozioni in Psicoterapia integrata, Sovera, 2000, Roma.
Holmes J., La Teoria dell’attaccamento, Raffaello Cortina Editore, 1994, Milano.
Nardone G., Paura, panico, fobie, Ponte alle Grazie, 1993, Firenze.
Wolfe B.E. , Trattamenti integrati per disturbi d’ansia, Sovera, 2007, Roma.



Autore: Dott.ssa Silvia Foschetti psicologa psicoterapeuta (Firenze, Arezzo)

domenica 17 gennaio 2010

Disturbi d'Ansia di Jolanta Burzynska

Ansia è uno stato psicofisico caratterizzato da sensazioni di apprensione, paura, allarme, irrequietezza legate alla preoccupazione per un imminente pericolo che sembra inevitabile e dal quale non si può fuggire. Mentre la paura è un'emozione di fronte ad un pericolo realmente presente, l'ansia è scatenata dal solo pensiero che questo pericolo si possa realizzare.
E' una reazione fisiologica di allerta, che permette di affrontare con maggiore prontezza una situazione pericolosa o difficile. Costituisce un problema quanto l'intensità, la frequenza e la durata delle sue manifestazioni sono sproporzionate all'evento, causano disagio e limitano la vita di una persona portandola ad evitare tutto ciò che potrebbe evocare l'ansia (luoghi, comportamenti, oggetti, contesti sociali, ecc.).
I sintomi fisici dell'ansia possono variare d'intensità e vanno dall'aumento del battito cardiaco, della pressione arteriosa, della sudorazione, della frequenza respiratoria, ai tremori, ai disturbi a carico dell'apparato digerente come vomito, diarrea, dolori addominali, alle vertigini e al senso di sbandamento.
I meccanismi neurobiologici dell'ansia sono gli stessi che intervengono nella risposta allo stress: l'integrazione delle vie noradrenergiche e serotoninergiche a livello dei centri diencefalici porterebbe, in alcune condizioni, allo stato di allerta che prepara la risposta tipo "attacco o fuga". Un circuito specifico della paura e dell'ansia sarebbe formato dalle strutture del lobo limbico (amigdala, ippocampo, nuclei del setto) con locus coeruleus nel ruolo di attivatore, mentre il sistema nervoso autonomo media le risposte somatiche.
Possiamo distinguere in base alla sintomatologia:
  • ansia anticipatoria che si manifesta in previsione di un pericolo o di un attacco di panico
  • ansia generalizzata- cronica, persistente, non legata a nessun stimolo in particolare
  • attacchi di panico- episodi intensi di ansia acuta, hanno breve durata e caratterizzati da paura e senso di morte imminente
  • fobia- apprensione spropositata, legata a oggetti o situazioni specifiche
  • agorafobia- paura di restare soli, di trovarsi nei luoghi pubblici o affollati senza potersi allontanare.

L'ansia può accompagnare diversi quadri psicopatologici, ma quando costituisce il sintomo prevalente parliamo di Disturbi d'Ansia, che vengono così classificati da DSM-IV:

  • Disturbo da Attacchi di Panico con o senza Agorafobia
  • Agorafobia senza storia di Attacchi di Panico
  • Disturbo da Ansia generalizzata
  • Fobia sociale
  • Fobia specifica
  • Disturbo Ossessivo- Compulsivo
  • Disturbo Postraumatico da Stress
  • Disturbo da Stress Acuto
  • Disturbo d'ansia da condizioni mediche
  • Disturbo d'ansia da uso di sostanze

Bibliografia:

  • Maldonato M. (a cura di) Dizionario di Scienze psicologiche, Ed. SIMONE
  • Biondi M. Psicobiologia e terapia dell'ansia nella pratica medica. Ed. WYETH spa

autore: Dott.ssa Jolanta Burzynska medico psicoterapeuta (Siena, Grosseto)

martedì 24 novembre 2009

Psicoterapia o Counseling? di Silvia Foschetti

Come e perché e quando funziona la Psicoterapia
Molte persone ancora non sanno come funziona un percorso di psicoterapia o di counseling, non solo per la complessità dell’argomento e per le molte credenze distorte al riguardo, ma anche perché è soltanto da pochi anni che, almeno in Italia, si è diffusa la prassi del consenso informato, di cui si è iniziato a parlare nel 1948 con la Dichiarazione di Ginevra e che è entrato nel lessico legale negli U.S.A. soltanto nel 1957.
Credo perciò che sia importante far conoscere le modalità di funzionamento di un intervento di questo tipo, almeno per quanto possa servire a chi legge per decidere se in questo ambito può trovare l’aiuto adatto a se stesso.
Come funziona la psicoterapia?
Alla base della sua efficacia sta il presupposto che la personalità degli individui si formi da un’interazione fra il bagaglio genetico e l’esperienza che ciascuno fa nel momento in cui ancora la personalità non si è formata e le strutture mentali sono ancora molto plastiche, cioè nel periodo che va dall’infanzia alla fine dell’adolescenza.
In base a questo presupposto si sostiene che, se in seguito ad esperienze disfunzionali o dannose, un individuo non ha potuto svilupparsi liberamente e autenticamente, a contatto con una persona (lo psicoterapeuta), in grado di porsi esclusivamente in funzione della crescita dell’altro senza nessun’altra aspettativa e senza nessun bisogno personale (se non il pagamento della parcella), tale individuo ritroverà la strada per diventare veramente quello che è.
In generale la psicoterapia è l’intervento d’elezione nel caso in cui il disagio (in presenza o assenza di sintomatologia) sia pervasivo, duraturo e scarsamente o per niente flessibile e sia correlato a disfunzionalità intrapsichiche e interpersonali strutturate e complesse
Oltre ad una formazione basata sul “saper essere” in una sana relazione con l’altro, uno psicoterapeuta è anche formato sul piano del “saper fare”, cioè del saper utilizzare le tecniche a volte indispensabili per affrontare una sintomatologia cronicizzata. A questo riguardo si è aperto il dibattito, fra i differenti indirizzi psicoterapeutici, su quale siano le tecniche più efficaci, ma non è questa la sede per affrontare tale argomento. Quello che è importante dire, dal punto di vista di una psicoterapeuta integrata come me, è che dai tentativi di dimostrare il primato di un modello teorico-operativo rispetto agli altri si è passati (a partire dagli anni ‘80 negli USA) a mettere in evidenza ciò che di efficace risiede in ciascuno di essi. Viene così data rilevanza ai fattori comuni, che la ricerca empirica ha evidenziato come determinanti nella riuscita dell’intervento sia di Psicoterapia che di Counseling.
La più importante ricerca del secolo è stata effettuata nel ’95 dal Consumer Reports (Rivista dei consumatori statunitensi) su 4000 persone che “negli ultimi tre anni avessero avuto stress o altri problemi emotivi per cui avevano cercato aiuto da una qualsiasi delle seguenti categorie di persone: amici, parenti o un membro della chiesa; un professionista della salute mentale; il medico di famiglia; un gruppo di supporto”. Tra i risultati è emerso che: nessuna modalità specifica di psicoterapia ha funzionato meglio di un’altra per qualsiasi problema.
Fortunatamente il generale declino della lotta ideologica tra orientamenti differenti ha favorito il confronto tra le diverse teorie e modi di fare terapia e in questo ambito si è sviluppato un dibattito su quali siano i fattori che rendono efficace la psicoterapia. Le ricerche sui fattori comuni hanno preso il via dal riscontro dell’insostenibilità dell’efficacia assoluta di un trattamento rispetto a un altro, per cui l’attenzione si è orientata a quei processi di cambiamento che attraversano in modo trasversale tutti i modelli terapeutici. Il principale fattore comune risiede nella qualità della relazione, determinata dal clima di accoglienza e fiducia, dalla corrispondenza delle aspettative psicoterapeuta-cliente e dall’alleanza collaborativa motivazionale.
Ecco dunque che si fa strada il movimento per l’Integrazione


Come e perché e quando funziona il Counseling
Mentre la Psicoterapia interviene sulla psicopatologia e sui disturbi o le disfunzioni della personalità per curare sintomi e per ristrutturare la personalità e perciò ha una durata medio-lunga (da uno a molti anni), il Counseling interviene sulle crisi e rotture degli equilibri esistenziali che comunemente capitano durante il corso della vita, e per affrontare le quali in quel momento l’individuo sente di non avere risorse a disposizione. Si applica anche nel caso in cui ci sia la necessità sia di risolvere problemi specifici e prendere decisioni complesse (affrontare un cambiamento di lavoro, di residenza, una separazione, un lutto, ecc) ed ha una durata breve (circa dieci incontri). Può anche avere degli obiettivi psico-educativi, nel senso che può essere utilizzato per insegnare modalità che migliorano il modo di relazionarsi agli altri, nel caso in cui sia sufficiente apprendere modalità di comunicazione mai o poco praticate nel corso della vita.
Lo possiamo considerare un grande strumento preventivo perché, sviluppando la conoscenza di sé e delle relazioni e trasmettendo competenze comunicative e relazionali, consente alle persone l’acquisizione di una maggiore consapevolezza di se stessi e degli altri e una maggior capacità di compiere scelte consapevoli e di avere un atteggiamento propositivo e responsabile rispetto alla propria vita. Il fine è dunque quello di fornire un insieme di abilità per aiutare le persone ad aiutarsi.
Il presupposto è che la persona debba soltanto essere aiutata a ritrovare le risorse che ha già a disposizione ma che momentaneamente ha smarrito di fronte a situazioni od ostacoli nuovi nel suo percorso di vita.
Funziona quando il cliente ha bisogno di ritrovare o sperimentare più consapevolmente ed efficacemente la capacità di aiutare se stesso, attraverso una migliore conoscenza di sé e delle risorse personali e sociali che ha a disposizione.
“il counselor può indicare le opzioni di cui il cliente dispone e aiutarlo a seguire quella che sceglierà. Il counselor può aiutare il cliente a esaminare dettagliatamente le situazioni o i comportamenti che si sono rivelati problematici e trovare un punto piccolo ma cruciale da cui sia possibile originare qualche cambiamento. Qualunque approccio usi il counselor […] lo scopo fondamentale è l’autonomia del cliente: che possa fare le sue scelte, prendere le sue decisioni e porle in essere”( British Association for Conseling 1990)
Il Counseling è focalizzato sul concetto di salute, non più inteso come assenza di malattia, ma come sviluppo e promozione del benessere della persona; aiuta la persona nella scoperta del proprio potenziale promuovendo la sicurezza di sé e la sensazione di autoefficacia.

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A volte le persone non iniziano nessun tipo di percorso per il timore, talvolta inconsapevole, di scoprire qualcosa che le spaventerebbe o che sarebbe troppo doloroso approfondire. In questo caso, mi piace utilizzare la metafora dell’auto per spiegare che si può essere aiutati quanto e fin dove si decida, come quando andiamo dal meccanico e decidiamo quante riparazioni far fare alla nostra auto: seguire un percorso di psicoterapia significa decidere di fare una revisione completa dell’auto, riparando il motore e la carrozzeria; seguire un percorso di Counseling significa decidere di rimettere a posto soltanto quanto serve in quel momento per ripartire. Certamente, sarà compito del “meccanico” onesto informarvi su quali potranno essere i risultati del lavoro che gli chiedete, ma la libertà di decidere come “viaggiare” sarà sempre la vostra e il bravo “meccanico” la rispetterà.

Autore: Dott.ssa Silvia Foschetti (Firenze, Arezzo)

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martedì 21 aprile 2009

Come funziona la psicoterapia? di Silvia Foschetti

Alla base della sua efficacia sta il presupposto che la personalità degli individui si formi da un'interazione fra il bagaglio genetico e l'esperienza che ciascuno fa quando le strutture mentali sono ancora molto plastiche, cioè nel periodo che va dall'infanzia alla fine dell'adolescenza. In base a questo presupposto si sostiene che, se in seguito ad esperienze disfunzionali o dannose un individuo non ha potuto svilupparsi liberamente e autenticamente, a contatto con uno psicoterapeuta, in grado di porsi esclusivamente in funzione della crescita dell'altro, tale individuo ritroverà la strada per diventare veramente quello che è.

In generale la psicoterapia è l'intervento d'elezione nel caso in cui il disagio (in presenza o assenza di sintomatologia) sia pervasivo, duraturo e scarsamente o per niente flessibile e sia correlato a disfunzionalità intrapsichiche e interpersonali strutturate e complesse.
La psicoterapia non si applica soltanto sulla psicopatologia e sui disturbi della personalità, ma anche sulle crisi e rotture degli equilibri esistenziali che comunemente capitano durante il corso della vita, e per affrontare le quali in quel momento l'individuo sente di non avere risorse a disposizione (in questo caso corrisponde più ad un percorso di Counseling), oppure è molto efficace anche per chi, pur non avendo patologie specifiche, ha bisogno di fare un percorso di crescita evolutivo per diventare veramente se stesso.

Oltre ad una formazione basata sul "saper essere" in una sana relazione con l'altro (poichè egli stesso ha seguito almeno un percorso personale di psicoterapia), uno psicoterapeuta è anche formato sul piano del "saper fare", cioè del saper utilizzare le tecniche a volte indispensabili per affrontare una sintomatologia cronicizzata. A questo riguardo si è aperto il dibattito, fra i differenti indirizzi psicoterapeutici, su quale siano le tecniche più efficaci.

Fortunatamente in seguito, a partire dagli anni '80 negli USA, si è passati dai tentativi di dimostrare il primato di un modello teorico-operativo rispetto agli altri a mettere in evidenza ciò che di efficace risiede in ciascuno di essi. Viene così data rilevanza ai fattori comuni come determinanti nella riuscita dell'intervento di Psicoterapia. La più importante ricerca è stata effettuata nel '95 dal Consumer Reports (Rivista dei consumatori statunitensi) su 4000 persone che"negli ultimi tre anni avessero avuto stress o altri problemi emotivi per cui avevano cercato aiuto da una qualsiasi delle seguenti categorie di persone: amici, parenti o un membro della chiesa; un professionista della salute mentale; il medico di famiglia; un gruppo di supporto".
Tra i risultati è emerso che: nessuna modalità specifica di psicoterapia ha funzionato meglio di un'altra per qualsiasi problema.

Fortunatamente il generale declino della lotta ideologica tra orientamenti differenti ha favorito il confronto tra le diverse teorie e modi di fare terapia e in questo ambito si è sviluppato un dibattito su quali siano i fattori che rendono efficace la psicoterapia. Le ricerche sui fattori comuni hanno preso il via dal riscontro dell'insostenibilità dell'efficacia assoluta di un trattamento rispetto a un altro, per cui l'attenzione si è orientata a quei processi di cambiamento che attraversano in modo trasversale tutti i modelli terapeutici. Il principale fattore comune risiede nella qualità della relazione, determinata dal clima di accoglienza e fiducia, dalla corrispondenza delle aspettative psicoterapeuta-cliente e dall'alleanza collaborativa motivazionale.
Ecco dunque che si fa strada il movimento per l'Integrazione.

autore: Dott.ssa Silvia Foschetti
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