martedì 25 settembre 2012

Autostima e Relazioni Affettive di Silvia Foschetti





Cos’è l’Autostima
L’autostima è un senso soggettivo e duraturo di autoapprovazione del proprio valore personale basato su elementi cognitivi, affettivi e valutativi. L’autostima inizia a svilupparsi nell’infanzia e si alimenta con le esperienze di vita. Funziona da supporto interno, perciò sostiene senza il costante bisogno dell’appoggio esterno
L’autostima si forma in seguito alla conoscenza e corretta valutazione delle proprie capacità e dei propri limiti e all’accettazione di entrambi

Perché è difficile conoscersi, valutarsi correttamente ed accettarsi?
L’immagine che ognuno ha di sé è un mosaico che lentamente prende forma in base alle risposte che riceviamo dagli altri e dall’ambiente. Ma spesso, durante lo sviluppo, questo delicato processo viene ostacolato dalle aspettative e critiche esterne che ci spingono ad essere come altri vogliono e non come realmente siamo o stiamo diventando. Così cominciamo a valutarci sulla base dei giudizi altrui e non di quello che ci dice la nostra esperienza

Perché è importante avere una buona autostima per avere relazioni soddisfacenti?
         Perché preserva dal rischio di ricercare nell’altro la fonte della propria accettazione
         Perché solo se conosciamo noi stessi possiamo trovare la persona adatta a noi
         Perché solo se vogliamo bene a noi stessi possiamo trovare chi ci vorrà bene
         Perché solo se sapremo stare in contatto con le nostre emozioni, bisogni e desideri saremo in grado di fare richieste chiare all’altro
         Perché solo se ci saremo separati dalle precedenti relazioni saremo in grado di stare davvero in contatto con l’altro

L’individuazione di sé
Non ci si può unire in modo soddisfacente se prima non ci si è separati. Quanto più un legame significativo (es. genitore-figlio, la relazione precedente) sopravvive sulla base di bisogni in parte insoddisfatti, tanto più tende a ripetersi nei confronti delle nuove figure di riferimento e a costruire aspettative di compensazione.

Potresti avere problemi di Autostima se…
…hai la tendenza a focalizzare l’attenzione sui tuoi errori e fallimenti, difficoltà a riconoscere le tue capacità e a conservare il ricordo dei successi conseguiti. Se tendi a vivere con l’attenzione rivolta eccessivamente al passato o al futuro invece di impegnarti per migliorare il tuo presente
…dubiti della tua adeguatezza e ritieni di non meritare il benessere e la felicità.
 Con una sana autostima si è molto più inclini ed aperti a creare relazioni nutrienti e costruttive. L’autostima non è una conseguenza dell’amore; ne è piuttosto un prerequisito fondamentale


Autostima e Intimità
Una buona Autostima consente di entrare e uscire dalla relazione affettiva, ciò significa imparare a gestire la dimensione Autonomia/Intimità piuttosto che quella Simbiosi/Distacco


La Dott.ssa Silvia Foschetti, psicologa psicoterapeuta (Firenze, Fiesole) conduce:

Il Laboratorio di Gruppo di Crescita Personale
Autostima e Relazioni Affettive

Una buona stima di sé è il fondamento di una sana vita di coppia

Presentazione del Corso Il primo incontro servirà a costruire la dimensione di gruppo e a definire la cornice di riferimento per consentire il raggiungimento degli obiettivi. Una breve spiegazione del significato di Autostima servirà ai partecipanti ad osservare se stessi facendo riferimento agli elementi che compongono il senso soggettivo e duraturo di autoapprovazione del proprio valore personale – cioè appunto l’Autostima –, alle modalità con cui questa può svilupparsi e a quelle che invece ne ostacolano la costruzione. Inoltre la conduttrice, attraverso domande mirate, offrirà ai partecipanti delle griglie di riferimento per poter esaminare se stessi e utilizzare strumenti utili per conoscersi e valutarsi correttamente. 
Nei successivi incontri a turno chi vorrà potrà parlare del proprio bisogno o della propria difficoltà in relazione al tema e il conduttore lo agevolerà in un lavoro di elaborazione/comprensione della problematica al fine di dare avvio al processo di cambiamento. La modalità di lavoro si avvale prevalentemente di tecniche rogersiane e gestaltiste e consiste in un lavoro individuale in gruppo, nel senso che ciascuno a turno lavora con il conduttore, mentre gli altri ascoltano in silenzio. Questi, alla fine del lavoro individuale, possono intervenire per offrire – secondo specifiche modalità di comunicazione – confronto, feed-back e risonanze personali, dalle quali può prendere spunto un nuovo lavoro.

Obiettivi del Corso
- Acquisire maggior consapevolezza delle personali problematiche relative all’Autostima con particolare riferimento alle implicazioni nelle relazioni affettive
- Sviluppare la consapevolezza personale e il contatto con le proprie emozioni, sensazioni e desideri
- Avviare o proseguire il processo di individuazione personale e di distinzione fra i propri bisogni e percezioni e quelli degli altri
- Porre le basi per creare o consolidare relazioni affettive serene e soddisfacenti
Destinatari 
Il Gruppo e' rivolto a coloro che:
- ritengono di non conoscere se stessi e i propri bisogni affettivo/relazionali e dunque non sanno comprendere quale partner e quale tipo di relazione potrebbe soddisfarli
- osservano nei loro rapporti affettivi il ripetersi di dinamiche disfunzionali
- alla fine di una relazione sentono di essere senza quel supporto interno che consente di non sentirsi annientati in seguito alla perdita del partner
- hanno difficoltà a distinguere se stessi dal proprio partner e dunque a riconoscere le tre componenti della coppia (Io, Tu, Noi)
- hanno difficoltà ad attivarsi per trovare il partner

Date, orari e sede 5 venerdì: 12 e 26 ottobre, 9 e 23 novembre, 7 dicembre, dalle ore 18.30 alle ore 20.30, 
presso la sede di Accademia Europea di Firenze, Viale Spartaco Lavagnini 4, Firenze (www.aefonline.eu, tel 055.244200)
Costo Il costo del gruppo e' di euro 150
Conduce il gruppo Silvia Foschetti, psicologa e psicoterapeuta, iscritta all’albo degli Psicologi della Toscana con il numero 2583

Per informazioni e iscrizioni – silviafoschetti@gmail.com , tel 347 8405232 (preferibilmente negli orari:13.00 - 14.00 e 21.00 - 22.00)
L’attestato di partecipazione, utile per percorsi formativi di Counseling,sarà rilasciato a chi sarà stato presente ad almeno 4 incontri



giovedì 2 febbraio 2012

ACT. La terapia dell'azione! di Jolanta Burzynska


Acceptance & Commitment Therapy (ACT) appartiene al filone delle psicoterapie cognitivo comportamentali di terza generazione basate su mindfulness. Le sue componenti esistenziali, spirituali e umanistiche: l’importanza dei valori per la motivazione al cambiamento, l’enfasi sull’accettazione, sulla compassione e sull’esperienza qui e ora, le hanno valso l’appellativo di “terapia umanistica esistenziale  cognitivo comportamentale”.

A differenza delle terapie cognitivo comportamentali tradizionali, ACT non si propone di cambiare direttamente gli eventi psicologici interni (pensieri, emozioni, ecc.) ma punta a modificare la loro funzione e il rapporto che la persona ha con essi, usando le strategie come la defusione cognitiva, l’accettazione e mindfulness. 
Lo scopo della terapia è incrementare la flessibilità psicologica dell’individuo in modo che possa vivere la propria vita in maniera consapevole secondo i suoi valori, nel momento presente, in contatto con le emozioni e le sensazioni corporee, malgrado tutte le difficoltà contingenti , o le esperienze dolorose inevitabili.
La filosofia della scienza alla quale l’ACT si ispira è il contestualismo funzionale e la sua base teorica poggia sulla Relational FrameTheory (RFT),  una moderna teoria sull’analisi comportamentale del linguaggio e della cognizione. Secondo RFT l’abilità del linguaggio propria della specie umana è all’origine di due principali fattori psicopatologici: la fusione cognitiva e l’evitamento esperienziale.

Quando la relazione con le proprie esperienze interne è caratterizzata dalla fusione , cioè identificazione con i propri pensieri, emozioni , sensazioni, questi  vengono percepiti dal paziente come “sintomi” da evitare o combattere. La fusione cognitiva esprime la tendenza del linguaggio a dominare il comportamento umano.

L’evitamento esperienziale  significa la non disponibilità dell’individuo a stare in contatto con le proprie esperienze interne. Il paziente giudica come pericolose o patologiche le proprie emozioni (ansia, paura, rabbia),  i propri pensieri  (critici, svalutativi) o le sensazioni corporee (respiro accelerato, sudorazione, arrossamento) e cerca di liberarsene mettendo in atto varie strategie di controllo, che spesso non fanno che aumentare la sofferenza. Per esempio  nel  Disturbo Ossessivo Compulsivo il tentativo di controllare i processi cognitivi alimenta l’ansia e la presenza intrusiva dei pensieri indesiderati.

La restrizione comportamentale è la conseguenza dell’evitamento e della fusione.  Per non affrontare  l’esperienza interna spiacevole l’individuo rinuncia ai propri obiettivi, al perseguimento dei valori, mentre le opzioni di scelta diventano sempre più limitate, diminuisce la libertà di decidere e la qualità della vita peggiora progressivamente.

I processi terapeutici fondamentali dell’ACT:
  • 1.       Contatto con il momento presente -  prestare attenzione consapevolmente alla nostra esperienza qui ed ora, invece di “viaggiare nel tempo” con i pensieri o azionare il pilota automatico
  • 2.       Defusione – osservare il lavoro della nostra mente “da fuori”, vedere i pensieri per quello che sono: parole o immagini
  • 3.       Accettazione – fare spazio a sensazioni, sentimenti, emozioni spiacevoli invece di lottarvi contro
  • 4.       Sé come contesto – quella parte di  noi che è consapevole di qualsiasi cosa stiamo pensando, sentendo o facendo in ogni momento;  il sé che osserva
  • 5.       Valori – di cosa vorremmo che fosse fatta la nostra esistenza; le cose che contano veramente; le direzioni che vogliamo dare alla nostra vita
  • 6.       Azione impegnata – “fare quello che serve”, le azioni necessarie ed efficaci per vivere secondo i nostri valori


Gli strumenti:

ACT è una terapia molto attiva, utilizza nelle sedute numerosi esercizi esperienziali, metafore, abilità di mindfulness, esposizione, skill training.  Può integrare ogni  processo di cambiamento comportamentale o preso in prestito da altri approcci, per esempio alcune tecniche gestaltiche, a condizione che abbiano un razionale all’interno del trattamento.
Il terapeuta adopera le schede, i questionari, i filmati, i disegni. Deve essere flessibile e dotato di una buona dose di creatività e di capacità dell’improvvisazione. Al paziente viene richiesto un impegno consapevole e attivo attraverso esercizi, compiti, esposizioni  e “azioni impegnate” da eseguire a casa.

Gli ambiti dell’intervento:

ACT  può essere praticata in setting individuale o in gruppo e può essere applicata praticamente a ogni tipologia del disturbo, dato che sfrutta i processi naturalmente presenti in tutti gli esseri umani.  Esistono gli studi comprovanti l’efficacia dell’ACT  in molte condizioni cliniche, come:
·         Fobia Sociale
·         La Depressione Maggiore
·         L’abuso di sostanze
·         Il Disturbo d’Ansia Generalizzato
·         Il Disturbo Ossessivo –Compulsivo
·         Il Disturbo di Personalità Borderline
·         Tricotillomania
·         Il dolore cronico
·         La gestione del diabete




Bibliografia scientifica:
-Hayes, S.C., Strosahl, K.D., Wilson, K.G. (1999) Acceptance and commitment therapy: An experiential approach to behaviour  change. New York: Guilford Press
-Bulli, F., Melli, G.,(a cura di) (2010) Mindfulness&Acceptance in psicoterapia.Firenze: ECLIPSI
-Russ,H. (2011) Fare ACT. Milano: FrancoAngeli


lunedì 11 ottobre 2010

La coppia: come ci si sceglie e come si costruisce la relazione- di Irina Boscagli



Introduzione
La parola “coppia” deriva dal latino “copula”, che significa congiunzione, legame, insieme. Incontrando la coppia si incontra un organismo complesso dotato di un’economia affettiva che trascende l’individualità.
Robert Neuburger (2001) definisce la coppia come la storia di un incontro che dura, cioè di due persone che si sono incontrate e che per varie ragioni non si separano; sono persone che dal momento in cui si sono conosciute hanno stabilito un legame molto particolare, che le porta ad essere parte di una microistituzione che si definisce “Coppia”.
E ciò che sta alla base della coppia è la presenza di un sentimento, che comunemente viene definito “amore”. Il mondo occidentale sembra davvero impazzito per questo sentimento: tutti ne parlano, in ogni ambiente e ad ogni livello. Siamo di fronte a un’autentica epidemia, sebbene benefica, che si è ormai infiltrata anche in contesti culturali (come alcune società mediorientali e asiatiche) dove la centralità della dimensione affettiva nel rapporto uomo-donna è acquisizione recente (Marazziti, 2004).
Come chiaramente dimostra nel suo libro Grazia Attili (2004), postulati dell’approccio evoluzionistico e un paradigma scientifico ampiamente diffuso in ambito psicologico, la teoria dell’attaccamento, formulata negli anni Sessanta dallo psichiatra inglese John Bowlby (1969), dimostrano che le relazioni sentimentali si sviluppano, se sane, secondo un percorso, che è allo stesso tempo biologico e sociale, secondo un itinerario che evolve per tappe imprescindibili e necessarie, ciascuna con un suo potenziale che contribuisce al buon adattamento dell’individuo al suo ambiente sociale e fisico. Quindi, l’amore, così come lo intende l’immaginario collettivo, è soltanto una fase di una relazione che, se di tipo sentimentale, è, tuttavia, d’amore in un senso ben più profondo, lungo tutto il suo percorso. Il desiderio e l’eccitazione non sono in contrasto con l’amore; l’amore non è l’antitesi dell’attaccamento, ma è proprio l’attaccamento ciò che tiene legati i partner di una coppia, secondo un processo che porta gli amanti, e poi i coniugi, a provare, nelle varie fasi del loro rapporto, particolari emozioni, ciascuna funzionale al buon andamento della relazione e cruciali per il loro benessere. L’amore, in altri termini, secondo questi approcci, che utilizzano sia i costrutti della psicologia cognitiva, sia le concettualizzazioni proprie del neodarwinismo, può essere considerato sinonimo di attaccamento, e, nello stesso tempo, parte di quel processo. Può essere anche visto come frutto dell’evoluzione e della selezione naturale, della filogenesi, e pertanto, può essere ancorato con le sue radici nel nostro patrimonio genetico, ed è assimilabile, nelle sue funzioni, all’amore che lega un bambino alla madre. Ciò non significa che si ama il proprio partner come se questi fosse la propria madre, né viceversa; esistono, tuttavia, delle somiglianze sostanziali tra i due legami a livello fenomenologico e a livello funzionale, così che, nella sua impalcatura universale, il rapporto madre-bambino può essere utilizzato per capire la complessità del legame d’amore tra adulti. Quello, come questo, infatti, si è evoluto perché è proprio attraverso un forte coinvolgimento con una persona specifica (la madre, il partner) che ciascun individuo può sopravvivere al meglio ed ottenere il “successo riproduttivo”, cioè quella spinta ineluttabile innata a lasciare le nostre caratteristiche genetiche, culturali, psicologiche in quanti più individui possibile.
In ogni caso, parlare dell’amore e dell’attaccamento come parte di un processo universale a base innata non significa non tener conto del fatto che ovviamente non tutti amano nella stessa maniera, così come non tutti i legami di coppia hanno le stesse caratteristiche. La struttura che assume un legame sentimentale, le distorsioni dell’amore, la scelta stessa del partner sono, infatti, da ricondurre alle aspettative che ciascuno ha su se stesso e sugli altri, al valore che ciascuno assegna ai propri bisogni affettivi e alle strategie delle quali si serve per ottenere affetto.


La scelta del partner e la costruzione della coppia
Giusti e Pitrone (2004) spiegano che la coppia attraversa nell’arco della sua esistenza varie fasi che la caratterizzano e che  rendono necessaria una trasformazione nella propria organizzazione interna.
E’ possibile identificare alcuni dei passaggi più significativi che una coppia si trova ad affrontare:
-          La nascita della coppia: la fase dell’innamoramento, dell’amore, la scelta del matrimonio o della convivenza. In questa fase si comincia a costruire l’identità della coppia, che si differenzia dalla famiglia di origine, creando dei confini il più definiti possibile.
-          La nascita del primo bambino, che porta con sé una nuova ridefinizione dei confini all’interno della coppia e nelle relazioni con l’esterno. Inoltre la nascita del figlio non solo obbliga alla riorganizzazione, ma mette di fronte all’idea dell’invecchiamento dando vita alla nuova generazione.
-          La coppia, di fronte ai figli divenuti adolescenti, deve affrontare una riorganizzazione, sia in funzione della loro crescita e delle difficoltà nell’educazione, sia nel confronto tra la propria adolescenza e quella dei figli stessi.
-          La coppia affronta lo svincolo del figlio che cerca altrove la soddisfazione di relazioni interpersonali, in questa fase può rivalutare le proprie figure genitoriali identificandosi con queste. Inoltre le nuove relazioni dei figli trasformano la relazione genitore-bambino in un principio di relazione adulto-adulto.
-          La fase del pensionamento, possibile crisi del nido vuoto, in cui la coppia si deve nuovamente ristrutturare in funzione dell’abbandono della casa da parte dei figli e della formazione di nuovi nuclei familiari. I rapporti interpersonali sono ora con figli adulti, a loro volta genitori, e con i nipoti. La coppia sperimenta la vita della terza età con tutte le sue implicazioni, compreso il vissuto di angoscia relativo alla morte.

Osservando la coppia in questo modo ci si concentra sull’idea che la coppia sia qualcosa che va avanti nel tempo. L’evoluzione è saper rispondere in modo adeguato alle richieste esterne e interne alla persona, ed è possibile maggiormente quando nella coppia esistono due individui che hanno la capacità di distinguersi uno dall’altro, mantenendo dentro di sé l’altro, ma anche la propria famiglia di origine. Dallo studio delle coppie sembra che le fasi di passaggio più a rischio siano la nascita del primo figlio, il figlio che diventa adolescente e l’uscita di casa del figlio. Nel primo caso sembra che l’insorgere della crisi possa essere collegata all’allontanamento della donna dedita alle cure del bambino, con la conseguente gelosia maschile, anche se apparentemente potrebbe sembrare più legata ad una difficoltà nel vivere il ruolo di genitore. Nel secondo caso la crisi è da ricondurre alla negoziazione con la gelosia rispetto alla “proprietà” del figlio che non si vuole condividere con il gruppo dei suoi coetanei; infine la terza situazione segna il percorso verso l’invecchiamento e sembra evocare un senso di sconfitta e fragilità.
La coppia percorre un ciclo di crescita che, se si conclude, porta alla formazione di una “coppia sana”. Come dice Alberoni (1996), definendo l’innamoramento come “lo stato nascente di un movimento collettivo a due”, gli innamorati sono trascinati l’uno verso l’altro da una forza che tende a fonderli per creare un’entità nuova, la coppia. Però ciascuno resta un individuo con la sua particolarissima storia personale, le sue credenze, i suoi sogni, le sue aspirazioni, cosa che consente quello scontro dialettico tra la forza che tende alla fusione e quella che tende alla individuazione. Ed è per questo che gli innamorati appaiono estremamente altruisti ed estremamente egoisti: ciascuno vuole fino in fondo la propria felicità, ma per realizzare se stesso deve volere l’altro, deve accettarlo, amarlo, plasmarsi su di lui. La straordinaria gioia che gli innamorati provano, permette di esercitare fortissime pressioni reciproche. Essi, in un gioco di spinte e controspinte, di avanzate e di ritirate, di continue scoperte su se stessi, giungono a costituire una visione comune del mondo, un comune progetto di vita. L’innamoramento è un ripartire da zero, in cui tutto, la vita, la famiglia, le credenze, vengono riplasmate per creare una nuova concezione del vivere. La creazione della coppia è una rifondazione, è una rinascita. La coppia nascente è un uragano di energia vibrante, di emozioni, di speranze, di dubbi, di sogni, di entusiasmi e di terrori. E’ a partire da questo crogiuolo incandescente, in cui si scontrano le forze che tendono alla fusione e quelle che tendono alla individuazione, che emerge la nuova collettività, che si struttura, che si stabilizza.
La lettura di tale ciclo si basa sul concetto di autonomia e di separazione-individuazione della Mahler (1968). Il ciclo di autonomia della coppia va, infatti, da una fase di dipendenza ad una di controdipendenza, quindi passando per l’indipendenza raggiunge l’interdipendenza. In ognuna di queste fasi per raggiungere l’autonomia la coppia vive esperienze emozionali particolari.
Nella prima fase della dipendenza, la coppia sperimenta un “delirio passionale” o “simbiosi”, durante il quale l’idealizzazione del partner è estrema, si pensa a lui come l’anima gemella e l’oggetto che soddisfa ogni proprio desiderio. Si è molto egoisti rispetto ai propri bisogni che hanno la precedenza sul resto e che, comunque, sembrano essere totalmente appagati dall’altro. Questa prima fase che dura circa due anni, si interrompe per favorire il passaggio alla successiva con i primi conflitti legati all’ambiguità e alla ricerca della differenziazione; si manifestano le prime crisi d’ansia, utili per lo scioglimento della simbiosi.
La fase successiva corrisponde al periodo della contro-dipendenza e si caratterizza per il desiderio di “differenziazione”; è il periodo della disillusione, della sofferenza dovuta alla scissione tra l’ideale e il reale, nascono i primi sintomi di incompatibilità, si comincia a pensare alla necessità di creare una giusta distanza. Si manifestano crisi depressive legate ad una difficoltà di gestione della rabbia nata proprio dalla scoperta dell’altro diverso. Il conflitto in questo periodo è centrale e fisiologico anche in funzione di un apprendimento delle regole del conflitto. Una buona elaborazione di questa fase permette il passaggio alla fase successiva.
L’indipendenza caratterizza la terza fase. Si tratta di un periodo di sperimentazione, la coppia sente l’esigenza di uscire dal nucleo a due e di esplorare l’esterno. E’ forse il periodo più problematico e pressante dal punto di vista conflittuale, si presentano litigi anaffettivi, ognuno cerca di andare per la propria strada, si presentano crisi emozionali legate all’alternarsi di rimpianti e di speranze. E’ la fase più a rischio di rottura anche perché corrisponde al periodo in cui avvengono i tradimenti. In questa fase c’è però anche molta voglia di approfondire la conoscenza della coppia, si protende più per il mantenimento dell’unione che per la separazione.
L’ultima fase dell’interdipendenza si basa sull’accettazione dell’integrazione di un legame imperfetto, i partner giungendo alla consapevolezza che l’altro possa essere imperfetto, che la scelta del partner è indubbiamente collegata a modelli di attaccamento appresi nel tempo e che esiste a prescindere dai suoi mutamenti, attuano un processo di riavvicinamento che permette loro di acquisire una costanza dell’oggetto d’amore che travalica i conflitti e permette il riaccendersi del desiderio.
I processi di separazione e individuazione giocano, quindi, un ruolo fondamentale nella costruzione della coppia e la lettura sistemica della coppia può aiutare a capire meglio la scelta del partner. L’influenza del mito familiare è maggiore o minore proprio in funzione del livello di differenziazione che la persona ha raggiunto rispetto alla famiglia di origine. La scelta del partner è, infatti, il mezzo principale di trasmissione del mito familiare, che rappresenta le regole e i ruoli che i genitori hanno trasmesso ai figli con il compito di mantenerli per generazioni. Quindi, il processo di scelta del partner non riguarda soltanto due persone, ma sottintende una struttura di tipo triangolare: IO –TU –GLI ALTRI, intendendo per “altri” tutto ciò che ha caratterizzato in modo significativo la crescita e i processi evolutivi di separazione e individuazione della persona.
La scelta del partner risponde a bisogni di tipo sociale ed economico, nonché familiari, di affinità psicologiche, di attrazione sessuale. Pertanto, non è un caso che di solito le coppie provengano dallo stesso ambiente socio-culturale. Questo insieme di elementi determina quella che Goethe ha chiamato “affinità elettive” e che ha definito “sottile affinità chimica in virtù della quale le passioni si ricompongono un’altra volta”.
Possiamo, quindi, ipotizzare che la scelta del partner sia collegata alle remote vicende personali che hanno caratterizzato le esperienze infantili. Bowlby (1982) per primo ha sottolineato l’importanza dello stile di attaccamento che si attiva nel bambino e persiste nell’adulto. La teoria dell’attaccamento si applica quindi al rapporto di coppia, sottolineando che gli adulti iniziano delle relazioni affettive sulla base del modello strutturatosi nel rapporto madre-bambino, poiché proprio su questa relazione precoce si fondano le rappresentazioni mentali di se stessi, dell’altro e di se stessi in relazione all’altro. Questi modelli, essendo il risultato di un processo cognitivo automatizzato, tendono ad autoperpetuarsi, anche se non hanno un carattere di assoluta irreversibilità e possono quindi modificarsi attraverso relazioni nuove e diverse, attraverso cambiamenti di vita significativi ed esperienze terapeutiche.
Da uno studio di Hazan e Shaker (1987) condotto su 620 soggetti aventi un’età media di 36 anni, emerge che le persone hanno piena consapevolezza della qualità delle loro relazioni affettive e che ad ogni modello di attaccamento corrisponde una specifica modalità di vivere le esperienze amorose.
Nelle coppie adulte, con un modello sicuro, le esperienze amorose sono vissute positivamente in un alternarsi di richieste e di offerte di amore. Dagli studi risulta, infatti, che queste persone hanno un elevato livello di autostima, una mancanza di ansietà relativa all’andamento della relazione e si sentono a proprio agio con l’intimità, fisica ed emotiva, che s’instaura col partner. Tendono a descrivere le loro relazioni di coppia come felici e basate sull’amicizia, sottolineando la loro capacità di offrire aiuto e di accettarlo dal loro partner. Raccontano anche della loro disponibilità a comprendere e a perdonare gli errori che questo possa aver commesso. Inoltre, riportano di credere nell’amore duraturo e dichiarano che anche se sono consapevoli che i sentimenti romantici vanno e vengono, questo non esclude che alcune volte l’amore possa raggiungere di nuovo l’intensità provata all’inizio della relazione. E, cosa fondamentale, pensano di potersi fidare del partner.
Nelle coppie con un modello evitante si ha il timore dell’intimità e l’incapacità di dipendere dagli altri. Queste persone evitano il coinvolgimento affettivo (“amore circospetto”) e si sentono a disagio con l’intimità, sia di tipo fisico sia emotivo. I loro legami hanno le caratteristiche di un rapporto basato sull’amicalità e il lucido calcolo della ragione. Spesso hanno bassa autostima e qualche ansia relativa all’andamento della loro relazione di coppia. Descrivono le loro relazioni come basate su alti e bassi emotivi e sulla gelosia, sia pure tenuta nascosta. Dichiarano il loro bisogno di porre limiti alla vicinanza, all’impegno e alle manifestazioni di affetto. Ritengono che l’amore romantico non esiste nella vita reale, che è molto raro che l’amore duri tutta la vita, e che è quasi impossibile trovare qualcuno di cui innamorarsi realmente.
Infine, nelle coppie con un modello di attaccamento ansioso-ambivalente i partner vivono costantemente la paura dell’affidabilità dell’altro e la sua disponibilità a soddisfare le richieste affettive. Lo stile amoroso di queste persone è stato definito “amore nevrotico” e si accompagna ad ipercoinvolgimento ossessivo nella relazione di coppia, forte ansia, dipendenza emotiva e idealizzazione del partner. Si tratta di uno stato paragonabile ad un eterno innamoramento e ad una vera e propria dipendenza da amore. Anch’essi hanno bassa fiducia in se stessi e bassa autostima. I soggetti di questa ricerca con attaccamento ansioso-ambivalente affermavano di avere una profonda paura di amare, temendo continuamente di non essere amati come volevano, ma la loro insicurezza si esprimeva con un sentimento ossessivo dell’altro, con un coinvolgimento affettivo senza riserve, con una forte idealizzazione del partner e dell’amore, con una gelosia estrema. Sostenevano, inoltre, che è facile innamorarsi, ma che è quasi impossibile trovare il “vero amore”.
Bowlby, oltre ad aver concettualizzato il processo di costruzione dello stile di attaccamento, ha posto attenzione anche alla costruzione di un’attenzione o disattenzione selettiva, che nell’ottica della scelta del partner, assume un ruolo importante. E’ un po’ come se la scelta del partner fosse un gioco di “vuoti” e di “pieni”, cioè un alternarsi di attenzione selettiva ad alcune caratteristiche del partner e di una disattenzione altrettanto selettiva per quegli elementi che potrebbero interferire nella stabilità della relazione.
Nel momento in cui i due partner hanno la sensazione di avere a che fare con la persona giusta, dall’attrazione passano all’innamoramento. In relazione al passato e ai miti dei partner, nella fase dell’innamoramento sembra che la coppia si concentri principalmente sulla diade; in questa fase, infatti, non esiste ancora un contratto e uno spazio in cui la coppia si è collocata. Questa momentanea assenza di radici porta i due partner a non considerare le proprie storie personali, i protagonisti sono i due individui nella loro unicità. Sembra che la coppia si escluda dal resto del mondo chiudendosi in una sorta di campana di vetro in cui si riflettono solo loro e solo le parti migliori. L’innamoramento tende alla fusione, ma tra due persone diverse, non ci può essere innamoramento se non c’è diversità. La persona amata interessa proprio perché diversa e unica, e questa unicità è esasperata nel periodo dell’innamoramento. In questa fase il partner è visto come unico e speciale, nel processo di innamoramento in cui entrano in gioco attrazione, corteggiamento e idealizzazione reciproca, si relegano sullo sfondo tutte le imperfezioni del partner. Ci si innamora dell’immagine che l’altro ci rimanda e dell’immagine che a lui rimandiamo.
Nella costruzione della coppia attraverso le sue fasi si osserva come la persona proceda utilizzando un “cervello tripartito”: il cervello rettilineo (sede della passione emotiva e sensoriale, quindi legata all’attrazione sessuale); il cervello limbico (sede delle emozioni legate al coinvolgimento affettivo, al sentimento di amore); la neo-corteccia (in cui risiedono le capacità progettuali, il sentimento di stima e rispetto che conducono al mantenimento della relazione e quindi al passaggio da una coppia nascente ad una coppia matura).
Robert Sternberg (1986a) vede l’amore secondo un modello trifasico, che può essere inteso immaginando un triangolo in cui a ciascun vertice corrisponde una delle tre componenti: intimità, passione, decisione/impegno.
L’intimità si riferisce ai sentimenti di vicinanza, unione, affinità, confidenza; l’inizio dell’intimità di solito coincide con l’autorivelazione: per essere intimi con un’altra persona bisogna aprirsi totalmente all’altro abbattendo le proprie difese. La capacità di autorivelarsi non è certo delle più semplici, in quanto implica la capacità di sapersi affidare all’altro e di saper tollerare anche le delusioni. Non a caso l’intimità è la componente che si sviluppa più lentamente e che può anche regredire se fortemente minacciata.
La passione riguarda gli impulsi che sottendono e portano all’attrazione fisica, al rapporto sessuale e fenomeni correlati, ma anche al desiderio di appartenenza, dominio, sottomissione e autorealizzazione. La passione alimenta l’attrazione, tende ad intrecciarsi con l’intimità, ma ha un sviluppo molto più rapido di questa.
L’impegno fa riferimento alla volontà di amare qualcuno e di portare avanti la relazione affettiva. Tale componente ha un ruolo importante nei momenti di crisi o di stallo, in cui la passione e l’intimità scemano a causa di problemi nella relazione, ma la relazione continua proprio in funzione della decisione e dell’impegno preso.
Queste tre componenti connotano ogni tempo e luogo: sono distinte l’una dall’altra, pur essendo correlate, e se ne può avere una senza le altre. Non hanno uno sviluppo sincronizzato e si ritrovano anche in relazioni affettive di altro genere. Sempre secondo Sternberg, la combinazione, in proporzione diversa delle tre componenti darebbe origine alla varie tipologie di amore, che sarebbero essenzialmente otto: non amore, piacere, infatuazione, amore vuoto, amore romantico, amore-amicizia, amore fatuo e amore completo; ad esempio l’amore romantico deriverebbe da una combinazione di intimità e passione.
Tabella 1 - Le tipologie di Amore secondo Sternberg (1986b)
Componenti

Intimità
Passione
Impegno
Non amore
-
-
-
Piacere
+
-
-
Infatuazione
-
+
-
Amore vuoto
-
-
+
Amore romantico
+
+
-
Amore-amicizia
+
-
+
Amore fatuo
-
+
+
Amore completo
+
+
+



Bibliografia

Alberoni F., (1996), Ti amo, Rizzoli, Milano

Attili G. (2004), Attaccamento e amore, Il Mulino, Bologna

Bowlby J., (1969), Attaccamento e perdita, trad it. Bollati Boringhieri, vol. 1, Torino

Bowlby J., (1982), Costruzione e rottura dei legami affettivi, Raffaello Cortina Editore, Milano

Giusti E., Pitrone A. (2004), Essere insieme – terapia integrata della coppia amorosa, Sovera, Roma

Hazan C., Shaker P., (1987), Romantic Love conceptualized as a attachement process, Journal of personality & Social Psychology, N° 52, pp. 511-524, APA Washington

Mahler M., (1968), On human symbiosis and the vicissitudes of individuation, International Universities Press, New York

Marazziti D., (2004), La natura dell’amore – conoscere i sentimenti per viverli meglio, Bur, Milano

Neuburger R., (2001), La coppia. Il suo mito, il suo terapeuta, Franco Angeli Editore, Milano

Sternberg R.J., (1986a), A triangular theory of love, Psychological Review, N° 93, pp. 119-135

Sternberg R.J., (1986b), Love, sex, e intimacy, Psychological Review, N° 93, pp. 119-135

Autore: Dott.ssa Irina Boscagli psicologa psicoterapeuta, Firenze
Questo articolo è stato pubblicato sul sito www.psicologi-italia.it

venerdì 21 maggio 2010

Il conflitto nella coppia. Per tutti coloro che non vanno d'accordo...di Silvia Foschetti


.... non litigare mai?!
Conoscere come funziona il “sistema coppia” può essere di grande utilità ad entrambi i partner. In questo articolo cercherò di fornire:
  • strumenti per leggere i meccanismi da cui dipendono le trappole della comunicazione e l’esplosione dei conflitti all’interno della coppia;
  • indicazioni pratiche utilizzabili per litigare in maniera costruttiva e senza danni per se stessi e per il rapporto.
Non litigare mai non è affatto indice di un buon rapporto di coppia. Esistono coppie stabilmente insoddisfatte ma incapaci di lasciarsi: è come se i partner sentissero di non poter stare né con il coniuge né senza. Il conflitto è un momento inevitabile e costruttivo all’interno di un rapporto di coppia, particolarmente presente in una fase del rapporto, quella della contro-dipendenza o differenziazione, durante la quale il litigio serve a stabilire le regole e le metaregole.
Quello che è importante è evitare che esso diventi distruttivo e, per questo è necessario imparare ad esprimere anche la rabbia in modo assertivo. Spesso il lavoro con le coppie è incentrato su questo.
L’alternativa al divieto di manifestare il conflitto spesso è il conflitto mascherato, quello che si esprime in modo sotterraneo, attraverso per esempio il sarcasmo, i comportamenti passivo-aggressivi, o attraverso veri e propri sintomi o patologie, come la frigidità, l’impotenza, la depressione, l’alcoolismo, ecc.
La coppia è un sistema, cioè è più della somma delle parti, ciò comporta che:
  • ci si influenzi a vicenda più di quanto si pensi;
  • dobbiamo imparare a sostituire il concetto di causa-effetto con quello di circolarità;
  • nella coppia si comunica di più attraverso la Comunicazione Non Verbale che attraverso la Comunicazione Verbale (dunque si può comunicare anche senza esserne consapevoli).
Come ogni sistema anche la coppia ha delle regole che la governano: esse rappresentano le definizioni implicite ed esplicite che i membri della coppia danno della loro relazione reciproca. E qui ci si avvicina ad un’altra possibile trappola della comunicazione, poiché talvolta le regole non vengono espresse o comunque comprese. Dunque le regole esplicite sono quelle di cui si è parlato apertamente, quelle implicite sono quelle che non sono state dichiarate esplicitamente ma sulle quali entrambi i partner sarebbero d’accordo se venisse loro chiesto. La violazione delle norme comporta delle sanzioni. Spesso però le punizioni non sembrano avere alcun diretto rapporto con le violazioni essendo spesso indirette e sotterranee. Molto spesso infatti il trasgressore non è messo nella condizione di capire il suo sbaglio e di come porvi rimedio in futuro. Anche in questo caso spesso i partner sono vittime della trappola cognitiva che l’altro sappia già cosa ci piaccia e cosa ci fa soffrire (come se fosse la mamma) mentre non è affatto così!
Oltre alle regole esistono poi le metaregole, cioè le regole circa il porre le regole. È importante conoscere l’esistenza di queste regole perché quella sul diritto a porre le regole è una lotta di potere che spiega molti futili litigi che altrimenti sarebbero incomprensibili.
In un rapporto di coppia sono molte le comunicazioni tese a definire il rapporto, proprio per la sua natura fluida che determina la necessità di continue ridefinizioni. Non sempre però questo genere di comunicazioni è consapevole e viene fatto in maniera esplicita. Allora le cose si complicano…
In questi casi possono venire utilizzati vari tipi di strategie.
Ci sono le strategie per disorientare. Frasi come: “Io sto mentendo”, “io scherzo sempre” (per poi lamentarsi quando non viene preso sul serio quando gli/le fa comodo ecc), “io mi sbaglio sempre” sono molto manipolatorie perché sono paradossali.
Esistono poi le prescrizioni paradossali, che consistono in richieste e comandi che hanno la caratteristica di non poter essere eseguiti: “sii spontaneo”,“devi amarmi” (nessuno può essere spontaneo o amare se qualcuno glielo chiede); “sei troppo debole con me, devi essere più forte” (non è possibile dominare se è l’altro che lo impone).
Il carattere paradossale è dovuto al fatto che non solo si cerca di imporre all’altro di dover pensare o agire in una determinato modo ma di farlo per volontà propria e non altrui. Questa operazione spesso è accompagnata da una serie di manovre dirette a definire come inautentiche le emozioni dell’altro: “tu credi di amarmi, ma non è vero” “ non è vero che questa cosa ti interessa, o ti spaventa, preoccupa, ecc”.
Il partner stratega mette in essere una situazione complementare, cioè tiene il coniuge in una situazione di subordinazione, richiedendo all’altro di comportarsi “come se” fosse in una situazione simmetrica, cioè di parità. Se la moglie chiede al marito “anche tu devi rifarti il letto” pretende la parità (richiesta di simmetria), ma per il solo fatto che la pretende cerca di mettere il marito in una posizione di subordinazione (rapporto complementare). Su questi banali argomenti le liti infuriano perché in realtà attengono alle metaregole piuttosto che alle regole.
Lo scopo generale delle strategie per disorientare è quello di controllare l’altro mettendolo in una posizione di inautenticità per cui qualunque cosa faccia sbaglia ed è criticabile per questo.
Le strategie per imbarazzare usano il sarcasmo ai danni del partner davanti agli altri. La manipolazione sta nel fatto che se l’altro reagisce viene fatto passare per uno che non ha il senso dell’umorismo e, nel caso in cui quanto detto venga preso troppo sul serio, lo stratega può sempre dire che stava scherzando. Le manovre più volgari consistono nell’insultare l’altro davanti a terze persone, quelle più raffinate consistono nel dire in pubblico qualcosa di spiacevole riguardo al partner.
Esistono infine le strategie per irritare (per esempio ignorando il partner) e quelle per colpevolizzare (frasi come “fai pure e non preoccuparti per me anche se ci starò male”).
Poi c’è la dittatura pseudo-benevola che consiste nel comportarsi in modo molto premuroso nei confronti dei desideri dell’altro, che il partner sostiene di aver intuito, ma che in realtà corrispondono al suo desiderio.
A mio parere, per avere delle relazioni di coppia soddisfacenti e costruttive sono necessari:
· la differenziazione del Sé dalla propria famiglia di origine;
· la separazione dalle precedenti relazioni;
· la capacità di riconoscere le proprie emozioni, i propri bisogni e desideri;
· la capacità di esprimersi in maniera assertiva invece che passiva o aggressiva;
· avere una buona stima di sé;
· saper fare richieste chiare all’altro;
· avere rispetto dell’altro ed essere disponibili a negoziare
Pur non pensando, perciò, che le seguenti regole siano sufficienti a risolvere le problematiche di coppia, credo che esse siano un utile guida per non farsi del male durante un litigio:
  1. determinare l’oggetto della controversia, cioè definire esattamente l’argomento;
  2. limitare l’oggetto della controversia, cioè non proporre più di un’accusa alla volta;
  3. non interrompere, bensì ascoltare fino in fondo;
  4. quando si viene accusati non ritorcere un’accusa diversa (es.: perché sei tornato così tardi? E tu perché spendi tanti soldi nei vestiti?);
  5. concordare il luogo e il tempo, non iniziare a parlare mentre l’altro è occupato o sta per uscire;
  6. evitare di fare ricorso al “museo coniugale”; anche per questo è importante dire subito le cose che non ci vanno bene;
  7. tenere le distanze (quando siamo arrabbiati non vogliamo l’altro vicino);
  8. non superare la soglia di vulnerabilità dell’altro (il suo punto debole);
  9. considerare il litigio come la conseguenza di qualcosa che accade dentro un sistema e dunque pensare sempre anche al nostro contributo e non solo a quello dell’altro;
  10. parlare delle nostre emozioni e dei nostri bisogni insoddisfatti piuttosto che accusare.
Talvolta succede che le premesse che stanno alla base del progetto costitutivo della coppia siano piuttosto fragili. Spesso la coppia si forma intorno alla aspettativa di uno o di entrambi i partner di trovare nell'altro il complemento perfetto a se stessi. Altre volte nella propria formazione la coppia si porta dietro, senza esserne consapevole, i conflitti della generazione precedente. Altre volte ancora l'illusione è quella di poter raggiungere insieme l'età adulta.
In questi casi se il partner non accetta di stare dentro una tale illusoria aspettativa è probabile che scoppino delle liti, ma qui il lavoro è da fare è a livello individuale e non di coppia. In questi casi cioè sarebbe necessario che la persona affrontasse un percorso di psicoterapia personale per elaborare le proprie problematiche.
In tutte le fasi del ciclo vitale, il rapporto fra i partner è regolato da una serie di processi dialettici dei quali il principale è quello di appartenenza-individuazione. L'appartenenza spinta all'estremo può portare alla negazione dell'individualità, simmetricamente l'irragionevole ricerca di una autonomia spinta all'estremo (che potrebbe peraltro mascherare una carenza nel processo di individuazione) può portare all'isolamento.
“Sto con te perché posso stare senza di te” e non “Sto con te perché non posso stare senza di te”. La dimensione della libertà di scelta è alla base di un buon rapporto di coppia
Silvia Foschetti
Bibliografia:
Andolfi M., Angelo C., De Nichelo M., Sentimenti e sistemi, Raffaello Cortina ed, 1996;
Berrini R., Cambiaso G., Illusioni di coppia, Franco Angeli, 2007
Giusti E., Pitrone A., Essere insieme, Sovera, 2004;
Gullotta G, Commedie e drammi nel matrimonio, Feltrinelli, 1997;
Tombolini L.,Miti G., La coppia in lite, Franco Angeli, 1998;
Autore: Dott.ssa Silvia Foschetti, psicologa psicoterapeuta (Firenze, Arezzo)

lunedì 22 marzo 2010

DCA: Cosa si cela dietro ad un sintomo che coinvolge corpo e cibo? (seconda parte) di Cristina Grassini

Il cibo è essenzialmente e originariamente un nutrimento e fin dagli inizi della vita dell’uomo è stato consumato in un contesto interazionale con la conseguenza che è stato investito di molteplici valenze psicologiche. Tanto che solo poche altre attività umane sono altrettanto ricche di elementi sociali, ideologici, religiosi, emotivi come l’atto del mangiare. Inoltre nella storia dell’uomo si sono alternati periodi di abbondanza a drammatiche carestie e quindi periodi dove diventava difficile “controllarsi”, dato l’esubero di alimenti, a periodi di stento, di parsimonia e di mancanza.
Quando la quantità di cibo presente in una cultura supera abbondantemente il fabbisogno ( come nei paesi Occidentali) per la sopravvivenza può avvenire che il cibo acquisisca un valore simbolico che, ripetiamo, può essere di ordine affettivo, religioso, sociale.
Alcune volte può accadere che nella relazione che lega il soggetto e il cibo si manifesti un meccanismo proiettivo in cui il cibo diventa il sostituto di una persona; in questo caso entrano in gioco due elementi: il controllo e la dipendenza. Questi elementi sono gli stessi che si manifestano nelle relazioni affettive, ossia sono impliciti alla natura stessa delle relazioni affettive, infatti, può verificarsi il seguente rapporto: tanto più sono legato ad una persona affettivamente (dipendenza) tanto più rischio di soffrire se la perdo e da qui deriva la necessità di controllarla (controllo). Quando il cibo sì “carica” di una valenza affettiva, allora i soggetti incapaci di gestire gli aspetti della dipendenza e del controllo nelle relazioni con gli altri, trasferiscono tutto il loro vissuto nel cibo. Il cibo si presta molto bene a questa “strumentalizzazione”, nel senso che tutti noi siamo dipendenti dal cibo sin da quando nasciamo e poi perché oggi, nelle culture “benestanti” come la nostra, l’offerta di cibo è tanta e sostenuta da una pubblicità martellante e sempre più attraente per cui controllarsi diventa sempre più difficile. Addirittura sembra quasi che ci sia una sorta di “animismo” verso gli alimenti: “Gli spaghetti che mi provocano” o il “dolce che mi tenta”; in realtà siamo noi che proiettiamo i nostri sentimenti sul cibo.
Il pensiero di un’anoressica può essere questo: “Se io sono tanto brava da riuscire a non dipendere dal cibo, sarò anche più brava a gestire le relazioni con gli altri”. Tale tipo di ragionamento il più delle volte non è riconosciuto a livello cosciente dalle ragazze, però la capacità di esercitare un ferreo controllo fa vivere loro una sensazione di forza, potenza, superiorità nei confronti degli altri, tanto da guardare con schifo chi si piega a mangiare. Nella vita quotidiana queste ragazze, sono delle attente osservatrici a tavola e incoraggiano a mangiare (perdere il controllo) chi sta loro accanto, fratelli, amiche, fidanzato, genitori. Vedere “L’altro” mangiare le fa sentire forti, potenti e per questo diventano anche delle brave cuoche disposte a trascorrere ore tra i fornelli, sostituendosi anche alle madri, a preparare menù prelibati ma senza cedere mai alla “tentazione” di mangiare. Ciò significherebbe perdere il controllo, cedere anche loro, come tutti gli altri del resto, alle tentazioni terrene del cibo e rischiare di ingrassare, e questo per l’anoressica è inaccettabile. Si apre qui un altro aspetto del disturbo, ossia quello legato al rapporto del soggetto con il proprio corpo.
Sappiamo come presso i Greci il corpo, pura necessità biologica, era fuori dallo spazio politico, basato sulla ragione pura, incorporea. Il corpo era considerato donna e la donna era corpo. Il maschio si era riservato la potenza del "logos", sradicandosi da un'esistenza carnale, quasi animale, preumana, quindi femminile. Per migliaia d'anni la donna è stata confinata nei territori del corpo. Anche oggi per la donna le cose non sono cambiate molto, “l’apparenza”, l’aspetto fisico, restano il miglior biglietto da visita per ogni occasione sociale.
Un corpo grasso oggi è un corpo non desiderabile.
Perché la moda richiede di essere magre e sofisticate e si è capovolto il significato sociale che veniva attribuito all’essere grassi e magri in passato: essere grassi significava benessere, ricchezza e il prototipo di corpo femminile idealizzato fino a tutto il diciassettesimo secolo era caratterizzato da forme opulente che si accentuavano sul ventre (modello riproduttivo), mentre oggi colui che ingrassa è un debole, uno che non ha sostanza e espressioni di “discriminazione-criminalizzazione-esclusione” sono ormai diffuse tra bambini, adolescenti e adulti. Le donne sono le vittime principali perché è aumentato il narcisismo femminile: alla donna più che all’uomo è richiesto dalla società di essere bella (magra), perché la donna anche nella nostra società tecnologica è rimasta “corpo”. E il corpo desiderato, che si identifica nella magrezza, come segno eccentrico di femminilità, sovverte le regole della potenza della produzione del maschile. In questo senso le modelle alla Twiggy degli anni '60 e '70, ritornate alla ribalta dal recente fatto di cronaca della quindicenne anoressica Lucy Coper, hanno rappresentato un tentativo di normalizzazione della magrezza, riducendola a spettacolo e trasformandola in un “simbolo” della donna nuova.
Quasi tutti gli studi sulla donna sono in realtà studi sul suo corpo, sui significati politici e sociali che veicola implicitamente. Un corpo che rappresenta in modo ambivalente una gabbia che limita l'orizzonte femminile, ma anche la chiave per uscirne. Tutti i discorsi che parlano di liberazione della donna utilizzando il linguaggio del corpo senza consapevolezza dei fili che lo legano al linguaggio del potere, non fanno altro che incanalare una presunta liberazione nei binari che la società predispone. Alle tecniche repressive di una volta si è sostituito nella nostra cultura il dovere di valorizzare il corpo esponendolo a un controllo sociale, che lo svuota della sua carica eversiva. Dalle tecniche alternative come la bioenergetica, la danzaterapia, il recupero del parto in casa fino ai modelli più stereotipati di bellezza e salute femminile (e anche di nudo femminile) dettati dalla moda e amplificati dai mass media, tutto spinge la donna verso il corpo.
E’ ancora il corpo femminile quello più sfruttato e strumentalizzato dal mondo dell’immagine e della televisione per scopi di marketing di prodotti dietetici, ultimo grande “business” del nostro secolo. Il canone estetico proposto dalla pubblicità e dai mass media, ha contribuito ad alimentare l'ideale estetico della magrezza. Interessanti dati emergono dai risultati di un'indagine svolta da Anna Becker (un'antropologa dell'Harvard Medical School) sul cambiamento di attitudini verso il cibo e l'ideale corporeo degli adolescenti delle isole Fiji' (Figi) negli ultimi dieci anni. Nel piccolo arcipelago, dove per tradizione si è sempre apprezzato un fisico massiccio e "rotondeggiante", si è verificato, dopo l'arrivo della televisione nel 1995 un elevato incremento delle diete nonché di disturbi alimentari (sia anoressia che bulimia). Secondo i ricercatori dell'Harvard Medical School la comparsa di tali disturbi sarebbe legata alle immagini ed ai valori veicolati dai programmi televisivi occidentali, imperniati sull'ideale estetico della magrezza. Questo studio seppur parziale contiene alcuni elementi interessanti e ampiamente generalizzabili (fonte BBC online network, BBC news, 20 may 1999) .
La donna di oggi, proprio perché è ancora “corpo”, per essere “accettata” e “rispettata” deve conformarsi fisicamente ai canoni estetici di moda. (Questo “processo”, notiamo, inizia molto presto nella vita della bambina basti pensare come un ideale di bellezza del nostro secolo sia incarnato nella bambola della Barbie. Uno studio di Moser del 1989 ha rilevato che una donna media americana per conformarsi alle misure della Barbie dovrebbe aumentare la propria circonferenza seno di 30 cm., ridurre la circonferenza vita di 25 cm. e essere alta più di 2 metri!)
Ma cosa implica l’essere “accettata/rispettata” oggi? Questa domanda porta in sé una serie di problematiche più ampie e complesse e connesse, in certi aspetti, al cambiamento del ruolo della donna in questi ultimi decenni e al raggiungimento della tanta auspicata parità dei diritti con l’uomo.
Le giovani di oggi si trovano in una condizione di marcata ambiguità in relazione al ruolo femminile, in quanto la società manda due messaggi profondamente contrastanti: da un lato si parla di donna manager, intelligente, colta e indipendente; dall’altro lato, permane l’immagine femminile collegata alla cultura delle nostre nonne, di una donna non colta, sottomessa, che accetta passivamente i compiti sessuali e materni. Si tratta di due modelli “apparentemente” accessibili e diversi, dico apparentemente in quanto alla donna di oggi non è di fatto permesso di “scegliere” l’uno o l’altro, perché nella maggior parte dei casi – sia per ragioni imposte dall’esterno (economiche) o dall’interno (psicologiche) – la donna deve soddisfarli entrambi. Le si richiede quindi di essere perfetta nelle sue tradizionali attività femminili (cura della casa, allevamento dei figli, assistenza ai famigliari più anziani), e nello stesso le si richiede lo sviluppo di quelle capacità di penetrazione sociale e lavorativa quali, determinazione, spregiudicatezza nel fare carriera, dedizione al lavoro, indipendenza economica, prerogative queste che erano un tempo appannaggio del sesso maschile .
Apparentemente quindi la donna ha davanti diverse possibilità di scelta, cosa invece non permessa alle loro madri, ma ogni scelta comporta la rinuncia di aspetti ancora importanti e presenti per la propria realizzazione: importanti sono gli aspetti femminili rappresentati dalla madre, e importanti anche quelli maschili rappresentati dal padre. Spesso i due aspetti non sono integrati nella coppia genitoriale, per cui il solo fatto di scegliere provoca un conflitto. (Santoni Rugiu, Calò, De Giacomo, 2000).
Allora la donna per mascherare la frustrazione derivante da una scelta e per mettere a tacere l’angoscia che da questa ne deriva, accetta palesemente un modello, ma dentro di sé si ripromette di soddisfarli entrambi. E’ un pensiero onnipotente e pericoloso, che però serve da “scudo” ad un ansia di cui non si riesce ancora ad accettarne le origini: è più facile di fatto resistere alla tentazione della fame che soddisfare le rigide aspettative che la “donna nuova” si è prefissata.
Queste teorie trovano anche conferma nell’ ipotesi di Katzman e Lee, che sostengono, come in società in transizione dalla civiltà contadina a quella industriale, le adolescenti potrebbero sviluppare il disturbo alimentare non solo per imitazione degli ideali socioculturali di bellezza occidentale, ma anche come reazione ad una situazione di elevata emotività intrafamiliare, tipica della famiglia in transizione dal modello patriarcale a quello moderno (Katzman e Lee, 1997).
Il disagio che nasce da una realtà così intrinsecamente contraddittoria esercita le sue influenze negative principalmente durante il processo di costruzione dell’identità, nell’adolescenza, e non a caso il corpo (e quindi la donna in quanto corpo), quale strumento di espressione del sé, accusa gli effetti di tutto ciò. Il tipo corporeo eccessivamente snello che le donne del XXI secolo hanno idealizzato appare come un corpo derubato dell’enfasi simbolica della fertilità e della maternità. La linea della “donna nuova” vuole esprime la sua liberazione sessuale e il rifiuto del ruolo femminile tradizionale, ma non solo, molti hanno interpretato la magrezza esasperata del corpo come simbolo del rifiuto della sessualità, di una sessualità più adulta, accompagnata da una serie di trasformazioni fisiologiche del corpo, che coglie l’adolescente impreparata. Un autore inglese, Gordon, focalizzando l’attenzione proprio sull’elemento della sessualità, propone un paragone tra l’isteria, diffusasi in Inghilterra verso la fine del 1800, e la moderna anoressia. Secondo questo autore l’ambiguità e la difficoltà del ruolo femminile ai giorni d’oggi può rappresentare l’anello di collegamento con la condizione femminile dell’ambiente inglese perbenista di fine ‘800 (società profondamente maschilista e bigotta dove qualunque manifestazione di femminilità era considerata peccaminosa ed è per questa sessualità inespressa che il corpo femminile cominciava a mandare dei segnali isterici).
Ma quando la magrezza diventa rischio di vita, quando la trasparenza diventa un debole segnale di sopravvivenza possiamo pensare al raggiungimento di un ideale di libertà oppure s’innesca il dubbio, il tarlo che questa altro non sia che un’altra strada rispetto a quella della liberazione femminile, una sorta di deviazione che ha sostituito la costrizione del corsetto vittoriano con il ferreo autocontrollo e la coercizione esterna, palesemente accettata in passato (essere subordinate all’uomo), a quella interna (a se stessa). Questa naturalmente è un’ipotesi che si situa all’interno di un quadro socio-culturale più ampio. Con questo non vogliamo certo “negare” i risultati che le donne (il movimento femminista) hanno ottenuto e tutto ciò che da questo ne è derivato, ma sottolineare, laddove i confini sembrano persi, quella specificità dell’animo femminile, quell’istinto “biologicamente” materno e quelle particolari attitudini umane che la donna non può non considerare una ricchezza biologica e specifica.
Naturalmente i disturbi dell’alimentazione non si esauriscono in tutte queste motivazioni, possiamo dire che le comprendono insieme a tante altre di natura più soggettiva, la cui distribuzione in termini quantitativi varia inevitabilmente da caso a caso, da individuo a individuo, da donna a donna.
Prima di concludere, vogliamo però riflettere e condividere un ulteriore aspetto del fenomeno anoressico-bulimico. Si tratta di un aspetto, relativamente costruttivo, che chiama in causa le giovani donne, quelle appena adolescenti (nell’anima e non nel corpo) che sovraccariche di un “fardello” storico-sociale sconosciuto e che disorientate da questa società caotica e conflittuale “scelgono” di vivere d'aria, scegliendo di morire per vivere, nel tentativo di riappropriarsi di una liminalità corporea di grande efficacia simbolica, capace di esprimere armonie, fantasie, desideri di essere nel mondo come una persona e non solo come un misero corpo. I loro corpi leggeri raffigurano la potenza di chi combattendo il corpo, soffrendo, più ancora forse di chi lo asseconda con i piaceri, ha bisogno di esplorarlo, di esplorarsi, di cominciare a crescere vivendo un’esperienza capace di sottolineare la propria individualità.

Il cibo è essenzialmente e originariamente un nutrimento e fin dagli inizi della vita dell’uomo è stato consumato in un contesto interazionale con la conseguenza che è stato investito di molteplici valenze psicologiche. Tanto che solo poche altre attività umane sono altrettanto ricche di elementi sociali, ideologici, religiosi, emotivi come l’atto del mangiare. Inoltre nella storia dell’uomo si sono alternati periodi di abbondanza a drammatiche carestie e quindi periodi dove diventava difficile “controllarsi”, dato l’esubero di alimenti, a periodi di stento, di parsimonia e di mancanza.
Quando la quantità di cibo presente in una cultura supera abbondantemente il fabbisogno ( come nei paesi Occidentali) per la sopravvivenza può avvenire che il cibo acquisisca un valore simbolico che, ripetiamo, può essere di ordine affettivo, religioso, sociale.
Alcune volte può accadere che nella relazione che lega il soggetto e il cibo si manifesti un meccanismo proiettivo in cui il cibo diventa il sostituto di una persona; in questo caso entrano in gioco due elementi: il controllo e la dipendenza. Questi elementi sono gli stessi che si manifestano nelle relazioni affettive, ossia sono impliciti alla natura stessa delle relazioni affettive, infatti, può verificarsi il seguente rapporto: tanto più sono legato ad una persona affettivamente (dipendenza) tanto più rischio di soffrire se la perdo e da qui deriva la necessità di controllarla (controllo). Quando il cibo sì “carica” di una valenza affettiva, allora i soggetti incapaci di gestire gli aspetti della dipendenza e del controllo nelle relazioni con gli altri, trasferiscono tutto il loro vissuto nel cibo. Il cibo si presta molto bene a questa “strumentalizzazione”, nel senso che tutti noi siamo dipendenti dal cibo sin da quando nasciamo e poi perché oggi, nelle culture “benestanti” come la nostra, l’offerta di cibo è tanta e sostenuta da una pubblicità martellante e sempre più attraente per cui controllarsi diventa sempre più difficile. Addirittura sembra quasi che ci sia una sorta di “animismo” verso gli alimenti: “Gli spaghetti che mi provocano” o il “dolce che mi tenta”; in realtà siamo noi che proiettiamo i nostri sentimenti sul cibo.
Il pensiero di un’anoressica può essere questo: “Se io sono tanto brava da riuscire a non dipendere dal cibo, sarò anche più brava a gestire le relazioni con gli altri”. Tale tipo di ragionamento il più delle volte non è riconosciuto a livello cosciente dalle ragazze, però la capacità di esercitare un ferreo controllo fa vivere loro una sensazione di forza, potenza, superiorità nei confronti degli altri, tanto da guardare con schifo chi si piega a mangiare. Nella vita quotidiana queste ragazze, sono delle attente osservatrici a tavola e incoraggiano a mangiare (perdere il controllo) chi sta loro accanto, fratelli, amiche, fidanzato, genitori. Vedere “L’altro” mangiare le fa sentire forti, potenti e per questo diventano anche delle brave cuoche disposte a trascorrere ore tra i fornelli, sostituendosi anche alle madri, a preparare menù prelibati ma senza cedere mai alla “tentazione” di mangiare. Ciò significherebbe perdere il controllo, cedere anche loro, come tutti gli altri del resto, alle tentazioni terrene del cibo e rischiare di ingrassare, e questo per l’anoressica è inaccettabile. Si apre qui un altro aspetto del disturbo, ossia quello legato al rapporto del soggetto con il proprio corpo.
Sappiamo come presso i Greci il corpo, pura necessità biologica, era fuori dallo spazio politico, basato sulla ragione pura, incorporea. Il corpo era considerato donna e la donna era corpo. Il maschio si era riservato la potenza del "logos", sradicandosi da un'esistenza carnale, quasi animale, preumana, quindi femminile. Per migliaia d'anni la donna è stata confinata nei territori del corpo. Anche oggi per la donna le cose non sono cambiate molto, “l’apparenza”, l’aspetto fisico, restano il miglior biglietto da visita per ogni occasione sociale.
Un corpo grasso oggi è un corpo non desiderabile.
Perché la moda richiede di essere magre e sofisticate e si è capovolto il significato sociale che veniva attribuito all’essere grassi e magri in passato: essere grassi significava benessere, ricchezza e il prototipo di corpo femminile idealizzato fino a tutto il diciassettesimo secolo era caratterizzato da forme opulente che si accentuavano sul ventre (modello riproduttivo), mentre oggi colui che ingrassa è un debole, uno che non ha sostanza e espressioni di “discriminazione-criminalizzazione-esclusione” sono ormai diffuse tra bambini, adolescenti e adulti. Le donne sono le vittime principali perché è aumentato il narcisismo femminile: alla donna più che all’uomo è richiesto dalla società di essere bella (magra), perché la donna anche nella nostra società tecnologica è rimasta “corpo”. E il corpo desiderato, che si identifica nella magrezza, come segno eccentrico di femminilità, sovverte le regole della potenza della produzione del maschile. In questo senso le modelle alla Twiggy degli anni '60 e '70, ritornate alla ribalta dal recente fatto di cronaca della quindicenne anoressica Lucy Coper, hanno rappresentato un tentativo di normalizzazione della magrezza, riducendola a spettacolo e trasformandola in un “simbolo” della donna nuova.
Quasi tutti gli studi sulla donna sono in realtà studi sul suo corpo, sui significati politici e sociali che veicola implicitamente. Un corpo che rappresenta in modo ambivalente una gabbia che limita l'orizzonte femminile, ma anche la chiave per uscirne. Tutti i discorsi che parlano di liberazione della donna utilizzando il linguaggio del corpo senza consapevolezza dei fili che lo legano al linguaggio del potere, non fanno altro che incanalare una presunta liberazione nei binari che la società predispone. Alle tecniche repressive di una volta si è sostituito nella nostra cultura il dovere di valorizzare il corpo esponendolo a un controllo sociale, che lo svuota della sua carica eversiva. Dalle tecniche alternative come la bioenergetica, la danzaterapia, il recupero del parto in casa fino ai modelli più stereotipati di bellezza e salute femminile (e anche di nudo femminile) dettati dalla moda e amplificati dai mass media, tutto spinge la donna verso il corpo.
E’ ancora il corpo femminile quello più sfruttato e strumentalizzato dal mondo dell’immagine e della televisione per scopi di marketing di prodotti dietetici, ultimo grande “business” del nostro secolo. Il canone estetico proposto dalla pubblicità e dai mass media, ha contribuito ad alimentare l'ideale estetico della magrezza. Interessanti dati emergono dai risultati di un'indagine svolta da Anna Becker (un'antropologa dell'Harvard Medical School) sul cambiamento di attitudini verso il cibo e l'ideale corporeo degli adolescenti delle isole Fiji' (Figi) negli ultimi dieci anni. Nel piccolo arcipelago, dove per tradizione si è sempre apprezzato un fisico massiccio e "rotondeggiante", si è verificato, dopo l'arrivo della televisione nel 1995 un elevato incremento delle diete nonché di disturbi alimentari (sia anoressia che bulimia). Secondo i ricercatori dell'Harvard Medical School la comparsa di tali disturbi sarebbe legata alle immagini ed ai valori veicolati dai programmi televisivi occidentali, imperniati sull'ideale estetico della magrezza. Questo studio seppur parziale contiene alcuni elementi interessanti e ampiamente generalizzabili (fonte BBC online network, BBC news, 20 may 1999) .
La donna di oggi, proprio perché è ancora “corpo”, per essere “accettata” e “rispettata” deve conformarsi fisicamente ai canoni estetici di moda. (Questo “processo”, notiamo, inizia molto presto nella vita della bambina basti pensare come un ideale di bellezza del nostro secolo sia incarnato nella bambola della Barbie. Uno studio di Moser del 1989 ha rilevato che una donna media americana per conformarsi alle misure della Barbie dovrebbe aumentare la propria circonferenza seno di 30 cm., ridurre la circonferenza vita di 25 cm. e essere alta più di 2 metri!)
Ma cosa implica l’essere “accettata/rispettata” oggi? Questa domanda porta in sé una serie di problematiche più ampie e complesse e connesse, in certi aspetti, al cambiamento del ruolo della donna in questi ultimi decenni e al raggiungimento della tanta auspicata parità dei diritti con l’uomo.
Le giovani di oggi si trovano in una condizione di marcata ambiguità in relazione al ruolo femminile, in quanto la società manda due messaggi profondamente contrastanti: da un lato si parla di donna manager, intelligente, colta e indipendente; dall’altro lato, permane l’immagine femminile collegata alla cultura delle nostre nonne, di una donna non colta, sottomessa, che accetta passivamente i compiti sessuali e materni. Si tratta di due modelli “apparentemente” accessibili e diversi, dico apparentemente in quanto alla donna di oggi non è di fatto permesso di “scegliere” l’uno o l’altro, perché nella maggior parte dei casi – sia per ragioni imposte dall’esterno (economiche) o dall’interno (psicologiche) – la donna deve soddisfarli entrambi. Le si richiede quindi di essere perfetta nelle sue tradizionali attività femminili (cura della casa, allevamento dei figli, assistenza ai famigliari più anziani), e nello stesso le si richiede lo sviluppo di quelle capacità di penetrazione sociale e lavorativa quali, determinazione, spregiudicatezza nel fare carriera, dedizione al lavoro, indipendenza economica, prerogative queste che erano un tempo appannaggio del sesso maschile .
Apparentemente quindi la donna ha davanti diverse possibilità di scelta, cosa invece non permessa alle loro madri, ma ogni scelta comporta la rinuncia di aspetti ancora importanti e presenti per la propria realizzazione: importanti sono gli aspetti femminili rappresentati dalla madre, e importanti anche quelli maschili rappresentati dal padre. Spesso i due aspetti non sono integrati nella coppia genitoriale, per cui il solo fatto di scegliere provoca un conflitto. (Santoni Rugiu, Calò, De Giacomo, 2000).
Allora la donna per mascherare la frustrazione derivante da una scelta e per mettere a tacere l’angoscia che da questa ne deriva, accetta palesemente un modello, ma dentro di sé si ripromette di soddisfarli entrambi. E’ un pensiero onnipotente e pericoloso, che però serve da “scudo” ad un ansia di cui non si riesce ancora ad accettarne le origini: è più facile di fatto resistere alla tentazione della fame che soddisfare le rigide aspettative che la “donna nuova” si è prefissata.
Queste teorie trovano anche conferma nell’ ipotesi di Katzman e Lee, che sostengono, come in società in transizione dalla civiltà contadina a quella industriale, le adolescenti potrebbero sviluppare il disturbo alimentare non solo per imitazione degli ideali socioculturali di bellezza occidentale, ma anche come reazione ad una situazione di elevata emotività intrafamiliare, tipica della famiglia in transizione dal modello patriarcale a quello moderno (Katzman e Lee, 1997).
Il disagio che nasce da una realtà così intrinsecamente contraddittoria esercita le sue influenze negative principalmente durante il processo di costruzione dell’identità, nell’adolescenza, e non a caso il corpo (e quindi la donna in quanto corpo), quale strumento di espressione del sé, accusa gli effetti di tutto ciò. Il tipo corporeo eccessivamente snello che le donne del XXI secolo hanno idealizzato appare come un corpo derubato dell’enfasi simbolica della fertilità e della maternità. La linea della “donna nuova” vuole esprime la sua liberazione sessuale e il rifiuto del ruolo femminile tradizionale, ma non solo, molti hanno interpretato la magrezza esasperata del corpo come simbolo del rifiuto della sessualità, di una sessualità più adulta, accompagnata da una serie di trasformazioni fisiologiche del corpo, che coglie l’adolescente impreparata. Un autore inglese, Gordon, focalizzando l’attenzione proprio sull’elemento della sessualità, propone un paragone tra l’isteria, diffusasi in Inghilterra verso la fine del 1800, e la moderna anoressia. Secondo questo autore l’ambiguità e la difficoltà del ruolo femminile ai giorni d’oggi può rappresentare l’anello di collegamento con la condizione femminile dell’ambiente inglese perbenista di fine ‘800 (società profondamente maschilista e bigotta dove qualunque manifestazione di femminilità era considerata peccaminosa ed è per questa sessualità inespressa che il corpo femminile cominciava a mandare dei segnali isterici).
Ma quando la magrezza diventa rischio di vita, quando la trasparenza diventa un debole segnale di sopravvivenza possiamo pensare al raggiungimento di un ideale di libertà oppure s’innesca il dubbio, il tarlo che questa altro non sia che un’altra strada rispetto a quella della liberazione femminile, una sorta di deviazione che ha sostituito la costrizione del corsetto vittoriano con il ferreo autocontrollo e la coercizione esterna, palesemente accettata in passato (essere subordinate all’uomo), a quella interna (a se stessa). Questa naturalmente è un’ipotesi che si situa all’interno di un quadro socio-culturale più ampio. Con questo non vogliamo certo “negare” i risultati che le donne (il movimento femminista) hanno ottenuto e tutto ciò che da questo ne è derivato, ma sottolineare, laddove i confini sembrano persi, quella specificità dell’animo femminile, quell’istinto “biologicamente” materno e quelle particolari attitudini umane che la donna non può non considerare una ricchezza biologica e specifica.
Naturalmente i disturbi dell’alimentazione non si esauriscono in tutte queste motivazioni, possiamo dire che le comprendono insieme a tante altre di natura più soggettiva, la cui distribuzione in termini quantitativi varia inevitabilmente da caso a caso, da individuo a individuo, da donna a donna.
Prima di concludere, vogliamo però riflettere e condividere un ulteriore aspetto del fenomeno anoressico-bulimico. Si tratta di un aspetto, relativamente costruttivo, che chiama in causa le giovani donne, quelle appena adolescenti (nell’anima e non nel corpo) che sovraccariche di un “fardello” storico-sociale sconosciuto e che disorientate da questa società caotica e conflittuale “scelgono” di vivere d'aria, scegliendo di morire per vivere, nel tentativo di riappropriarsi di una liminalità corporea di grande efficacia simbolica, capace di esprimere armonie, fantasie, desideri di essere nel mondo come una persona e non solo come un misero corpo. I loro corpi leggeri raffigurano la potenza di chi combattendo il corpo, soffrendo, più ancora forse di chi lo asseconda con i piaceri, ha bisogno di esplorarlo, di esplorarsi, di cominciare a crescere vivendo un’esperienza capace di sottolineare la propria individualità.


Autore: Dott.ssa Cristina Grassini (Siena) Psicologa dello Sviluppo e dell'Educazione e Mediazione Familiare.
Recapiti: cell. 349-1344650, e-mail: cristinagrassini@interfree.it
BlogItalia.it - La directory italiana dei blog